A lui gli occhi, please: cosa lascia il mattatore Gigi Proietti nello spettacolo italiano

Gigi Proietti è scomparso nel giorno del suo ottantesimo compleanno, per problemi cardiaci. Con un ultimo colpo di teatro dei suoi, si dirà. «Che dobbiamo fa’? La data è quella che è, il 2 novembre», ironizzava lui sulla data della sua nascita, coincidente con la commemorazione dei defunti. Attore, drammaturgo e regista, ma anche volto di estrema e travolgente popolarità, Proietti aveva alle spalle una carriera molto lunga tra teatro, cinema e tv, che ha attraversato con ironia e brillantezza per oltre cinquant’anni. Aveva fatto praticamente tutto e il suo lascito nello spettacolo italiano è sterminato ma anche difficile da mettere a fuoco, data l’eccezionalità e la piacevole e rassicurante bulimia tanto del personaggio quanto dell’icona condivisa, in grado di scaldare i cuori di tutti.

Aveva abbandonato la facoltà di Giurisprudenza, a due esami dalla laurea, per esibirsi a tempo pieno sul palcoscenico. Era coltissimo ma ha sempre strizzato l’occhio al disimpegno, al cabaret, al motteggio, creando sketch imperdibili e memorabili che oggi somigliano inevitabilmente a un’imperdibile e finita playlist di Youtube, da guardare e riguardare a ripetizione nel tentativo, frequentemente soddisfatto, di cogliere il lampo di genio dietro l’abilità smaliziata e sorniona dell’istrione consumato.

Come quando, nella sua celebre gag “Nun me rompe er ca’”, riprese il brano Ne me quitte pas per parodiare gli chansonnier francesi sempre vestiti di nero, sigaretta alla mano e vestiti di scuri dalla testa ai piedi (mutande comprese, verosimilmente), intenti a intrattenere coppie di amanti a notte tarda con i loro versi malinconici e soffusi. Trasfigurato da Proietti, quel brano già coverizzato da chiunque diventava un’esilarante digressione sul cinismo, insolente ma anche affettuoso e buffo, di una romanità archetipica, quella “di una volta” e dunque eterna, sempre uguale a se stessa.

Era soprattutto questo, dopotutto, Gigi Proietti: prima che un mattatore, un gran visir della virtuosità. Sapeva prendere un’idea basica (come in questo caso, una semplice assonanza) e costruirci uno spunto comico che spesso andava avanti per diversi minuti: un ottovolante che viaggiava a mille all’ora, sostenuto esclusivamente dalla sua verve nell’improvvisazione, dai pieni e vuoti di una comicità che sapeva essere contemporaneamente verace e sofisticata, astratta ma votata alla carnalità dell’empatia.

Aveva inscenato Shakespeare (che come lui è morto nel giorno del suo compleanno, in un anno bisestile con due numeri uguali, il 1616), Brecht, Gombrowicz e Moravia, ma era diventato celebre soprattutto in quanto massimo depositario della tradizione di Ettore Petrolini, somma incarnazione di una miniera di tic romaneschi. In questo negli ultimi decenni ha fatto altrettanto solo Carlo Verdone, che salutandolo questa mattina ha scritto sui social: «Maschera da attore dell’antica Roma, tempi recitativi sublimi. Era un volto che rassicurava che l’identità di questa città ancora vive» (qui il post). A chi gli chiedeva se si sentiva l’erede di Petrolini, lui stesso aveva risposto: «Mi piace l’ironia dei romani di una volta. Ma quando a Petrolini gli dicevano che discendeva dalla Commedia dell’Arte, rispondeva: “Io discendo dalle scale di casa mia”».

Il titolo del suo spettacolo più celebre e fortunato, A me gli occhi, please, replicato un numero infinito di volte (fino al mezzo milione di spettatori allo Stadio Olimpico della sua Roma), è una sintesi del suo estro e un marchio di qualità fulminante e immediatamente comprensibile. Quando Proietti era in scena, era impossibile soffermarsi su qualunque altro aspetto al di fuori di lui. Tanti comici hanno lavorato su altri aspetti, su un difetto fisico, un carattere, un mood. Con Proietti, invece, il fulcro del discorso ancor prima che dell’esibizione era sempre Proietti, con il suo carisma, il mestiere affinato negli anni, l’abilità di creare perfino personaggi ex novo e di agguantare la verità di un carattere deformando con brio sornione il linguaggio, come nel monologo del “Lonfo”.

L’espressione “di mestiere” a volte si usa in tono perlopiù dispregiativo, Proietti invece la nobilitava al massimo grado: con lui si traduceva in un bollino di qualità e fedeltà, una sicurezza, un porto sicuro tanto nelle risate sguaiate quanto nella dissimulazione del tragico e del ridicolo, che in fondo è presente anche nei numeri più celebri, nei piccoli quadretti/barzelletta con fulmen in clausula del Diciotto e del Cavaliere bianco e Cavaliere nero e ovviamente nel suo ruolo cinematografico più celebre e leggendario, il Bruno Fioretti, meglio noto come Mandrake, di Febbre da cavallo di Steno.

Un personaggio divertente ma crudele, vitalissimo ma con un sottofondo di disperazione, e come tale una delle grandi maschere della commedia all’italiana: un uomo ossessionato dalla truffa e dalla scommessa, un trafficone goliardico ma destinato, fatalmente, alla sconfitta. Una di quelle incarnazioni talmente forti da fare il salto, dal cinema al costume, dal racconto sul grande schermo al frasario di tutti. Tanti quel film lo citano a memoria per intero ancora oggi e Proietti era, manco a dirlo, il deus ex machina di quell’irripetibile e ruspante magia cult, con le sue “innate doti transformistiche” (una citazione diretta dal film: è l’ingresso in scena di Mandrake) e quel sorriso dai denti bianchissimi e smaglianti da gran signore dello spettacolo, che in questo caso come in tante altre occasioni somigliava terribilmente a una smorfia beffarda. 

La storia d’amore di Proietti col cinema è stata però sempre più simile a scappatelle episodiche, non si è mai concretizzata nell’amore grande e duratura di una vita. Fellini lo adorava, lo chiamava “Gigiaccio”, l’aveva perfino scelto per il suo Casanova, ruolo poi andato a Donald Sutherland (che ebbe però la sua voce). Ha recitato ne La Tosca di Luigi Magni, dov’era il pittore Mario Cavaradossi, con Scola agli esordi, Lattuada e Petri, ma al cinema ha fatto soprattutto il caratterista graffiante e di lusso come in Casotto di Sergio Citti, per poi saldare negli ultimi anni il sodalizio con i fratelli Vanzina fino all’ultimo ruolo, Mangiafuoco nel Pinocchio di Garrone. In tv è stato dal 1996 al 2005 Il maresciallo Rocca con tanto di seconda giovinezza naziolal-popolare (fu un maresciallo dei carabinieri anche a inizio carriera ne Le piacevoli notti, nel 1966), ma in sostanza col grande schermo la diffidenza è stata reciproca e il suo peso nell’immaginario collettivo ha forse frenato i grandi autori dall’utilizzarlo. Con l’eccezione del maestro americano Altman, che lo diresse in Un matrimonio insieme a Vittorio Gassman, di cui Proietti era amico e imitatore “dantesco” (è stato, in uno dei suoi ultimi ruoli, un anziano scrittore e padre ne Il premio, regia del figlio Alessandro).

Il lascito di Proietti nel cinema è però da rintracciare soprattutto nella sua attività instancabile di doppiatore, una delle sue eredità più grandi: diede la voce a Robert De Niro in Mean Streets, Gli ultimi fuochi e Casinò, Ian McKellen nella trilogia de Lo Hobbit dopo la scomparsa della voce di Gandalf Gianni Musy, Sylvester Stallone in F.I.S.T e Rocky con l’immortale urlo “Adriana!”, per tacere dei vari Richard Burton, Alan Arkin, Kirk Douglas, Gregory Peck, Paul Newman. Impossibile non ricordare, tra i tantissimi, il funambolico doppiaggio del Genio della Lampada nel film d’animazione Aladdin, da puro saltimbanco, e quello altrettanto pirotecnico di Dustin Hoffman in Lenny, biopic di Bob Fosse sul più provocatorio e originale dei comici statunitensi, Lenny Bruce, che Proietti restituì in versione italiana con tutta la proverbiale potenza da puro animale da palcoscenico che l’ha reso unico e inimitabile, fedele a se stesso e uguale a nessuno. 

Foto: Getty Images

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