Alida Valli secondo Sergio Sollima

Nel maggio del 1947, la Rivista del Cinematografo pubblicò un profilo di Alida Valli, all’epoca una delle principali star italiane. A firmare l’articolo, un redattore all’epoca ventiseienne, destinato a diventare un importante regista di western e avventure: si chiamava Sergio Sollima (nato il 17 aprile 1921) e, come critico e cinefilo, aveva già scritto il primo saggio italiano sulla storia cinema americano.
Sulle pagine della Rivista curò per qualche tempo una rubrica intitolata “Le attrici del giorno”, dedicata ogni mese a una protagonista del grande schermo. Tra queste, Alida Valli, sua coetanea (nacque il 31 maggio 1921) e già diva dei telefoni bianchi che in quel periodo era appena sbarcata negli Stati Uniti per lavorare con Alfred Hitchcock.
Per celebrare questo doppio centenario – e in occasione del quindicesimo anniversario della scomparsa di Alida Valli, avvenuta il 22 aprile 2006 – pubblichiamo l’articolo di Sergio Sollima sull’attrice (clicca qui per scoprire come accedere all’archivio digitale della Rivista del Cinematografo).

Sergio Sollima

Alida Valli
di Sergio Sollima
Alida è la seconda attrice italiana, dopo Isa Miranda, che ha richiamato su di sé l’interesse degli uomini di cinema di questo e dell’altro mondo. Quando le giunsero le prime offerte ufficiose da parte di case americane, ella si mostrò un po’ esitante sia nell’abbandonare la sua solidissima posizione europea sia nell’allontanarsi dall’Italia in un momento in cui vivere in Italia non era una cosa facile. Poi venne l’ottima offerta di Selznick e Alida accettò.
Indubbiamente la sua partenza ha lasciato un certo vuoto nelle file del nostro cinema, ma, in definitiva, un buon lavoro fallo su base internazionale può tranquillizzare la coscienza di ogni italiano. Quanto alle possibilità di sfondare sul serio anche in quell’ambiente difficilissimo che è Hollywood, a parte le nostre speranze ed i nostri auguri, c’è da osservare che ella ha la fortuna di avere un producer come Selznick, uno dei migliori d’America, e di essere incappata, al suo primo film, in un regista del calibro di Hitchcock, uomo difficile, con il quale si lavora sul serio e che i suoi attori sa maneggiarli a dovere. Questo è molto importante per ogni attore e, in specie, per Alida, la quale finora non era riuscita a trovare un suo regista e quindi a fare un “suo” film. La Luisa di Piccolo mondo antico è senza dubbio un’interpretazione che anche molte attrici di oltr’Alpe e di oltre Oceano avrebbero gradito di avere al loro attivo, ma è ancora lontana dalle sue possibilità e sopratutto, io credo, dal suo personaggio. Alla costruzione di questo personaggio ci si era forse avvicinata di più in quelle due cose identificate col nome di Catene invisibili, Stasera niente di nuovo e Noi vivi: una ragazza moderna che ha urtato troppo presto con la realtà e con il dolore.
In quest’ultimo fu davvero bravissima e solo la impossibilità fisica di quella cosa a diventare un film le fece mancare la grande interpretazione. Nella prima delle due fatiche di Mattoli ella impersonava una ragazza dell’alta borghesia milanese. Malgrado il soggetto la immischiasse in assurde e soporifere vicende, qualcosa del suo personaggio resisteva e diventava vivo e vero.
Alida Valli è veramente uno dei pochissimi personaggi del cinema italiano, forse il più tipico. Ella è il tipo medio della ragazza italiana, dotata di una bellezza semplice e non sofisticata che da l’esistente sensazione a milioni di due coetanee della penisola, dalla dattilografa milanese alla “pariolina” romana, dalla studentessa palermitana all’operaia torinese che non è poi così difficile essere belle.
Da questo deriva il fatto che la sua popolarità è maggiore presso le donne che presso gli uomini e che questa popolarità è arrivata a gradi e forme piuttosto inconsuete per il nostro paese. Tutti ricorderanno ad esempio l’inflazione di “pettinature alla Valli” con i capelli lunghi cioè ed a cortine sul viso che precedettero di qualche anno la conturbante apparizione sui nostri schermi della bionda capigliatura di Veronica Lake.
Questa sua simpatia istintiva e questa popolarità, ottenuta abbastanza facilmente, sono state forse un handicap ed hanno fatto sì che gli uomini del cinema italiano utilizzassero di lei  essenzialmente gli aspetti più superficiali.
Alida ha cominciato a lavorare nel cinema da giovanissima, appena sedicenne, esattamente dieci anni orsono essendo nata, a Pola, il 31 maggio 1921. Il suo vero nome è Altenbuxger, Alida Altenburger, ed è figlia di un professore di filosofia. Disinteressandosi totalmente di Leibnitz e di Cartesio ella si iscrisse al Centro di Cinematografia che aveva proprio allora aperto i suoi battenti. Prima di finire il corso venne prelevata da Amleto Palermi per Il feroce Saladino. Seguirono Sono stato io di Matarazzo e Ma l’amor mio non muore di Amato, tre film spaventosi nei quali un fresco visetto faceva delle rapide apparizioni. Con Mille lire al mese e sopratutto con Assenza ingiustificata, ambedue di Neufeld cominciò la “vallite acuta” degli spettatori e delle spettatrici italiane. Il resto della sua carriera è noto a tutti. Complessivamente il suo miglior film è Piccolo mondo antico, ma a noi rimane al rammarico di averla vista partire proprio quando il cinema
italiano sta facendo passi da gigante e le sarebbe stato possibile infine darci la misura delle sue possibilità.
Le prime fotografie giunteci da Hollywood non la mostrano molto cambiata, caso veramente eccezionale per un’attrice europea, non la mostrano molto cambiata nemmeno dalle prime fotografie fatte dagli amici al Centro Sperimentale, con i capelli arruffati e un’arietta spavalda, esattamente dieci anni fa.
Ma per Alida, come per ogni donna italiana, questi dieci anni sono passati e come! Ecco certamente un’altra carta in sua mano nella partita che ha cominciato a giocare ad Hollywood: dieci anni difficili, di sofferenza e di lotta, un’esperienza di vita e di dolore umano come poche delle sue colleghe americane. Una carta, io credo, che Alida saprà giuocare bene.

 
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