Andrà tutto bene, le memorie dal lockdown di Leo Ortolani

A volte le cose migliori succedono per caso: «Quando è iniziata la quarantena, ho fatto la prima striscia. E il giorno dopo, ne ho fatto un’altra. Era un momento particolare, lo preciso: dovevo solo disegnare e non scrivere. E visto che queste strisce piacevano così tanto, e visto che di materiale ce n’era molto, mi sono detto: “perché non provarne a farne una al giorno?”». Ed è così che è nato Andrà tutto bene di Leo Ortolani, in libreria e in fumetteria dal 30 luglio con Feltrinelli Comics. È una raccolta di storie, di sensazioni, di vignette e di battute. Un diario personale su questi ultimi mesi. E dentro ci sono la sensibilità del suo autore, la sua capacità di catturare il macroscopico nei dettagli più piccoli, e di riempire le sfumature più grottesche e assurde di pura ironia. «Quando non scrivi niente, sei tormentato dalle idee», dice Ortolani. È un giorno di inizio giugno, e fuori, finalmente, c’è il sole. «Vuoi divertirti, vuoi fare, ma non sai da dove cominciare. Con queste strisce sono andato avanti alla cieca. Ogni tanto prendevo qualche appunto, mi segnavo qualcosa. E poi magari ci rimettevo mano. Ma sostanzialmente la maggior parte delle volte improvvisavo».
Passare così tanto tempo con te stesso, in un esercizio quotidiano come questo, ti ha cambiato?
«Direi di no. Io sono in lockdown dal ’97, da quando ho cominciato a fare questo lavoro, da quando ho iniziato la serie di Ratman. Insomma, da una parte non è cambiato molto. Dall’altra, però, anche io ho passato qualche giorno d’ansia».
In che senso?
«Mi è sembrata subito una cosa grossa. Difficile da ignorare o da minimizzare. Tutti ne sono stati toccati e tutti, per una volta, hanno condiviso la stessa situazione. Non potevamo scappare da nessuna parte».
Tu che cosa hai fatto?
«Io andavo in studio: facevo duecento, trecento metri, con un’autocertificazione in tasca. E anche se facevo una cosa normale, mi sentivo a disagio. Durante il periodo più intenso di questa pandemia c’è stata la caccia all’untore, con la gente affacciata alla finestra pronta a puntare il dito».
Secondo te perché?
«Perché la folla, come si dice, è una bestia senza testa. Non si ragiona più, durante certi momenti. Non si può pretendere che ci siano comportamenti intelligenti o razionali. E se ci sono, non importa. Le regole vengono applicate senza riflettere».
Per esempio?
«A un certo punto ho sentito dire che andare in edicola non importava, che comprare giornali, libri e fumetti non era fondamentale. E mi sono arrabbiato. Siamo tutti umani, lo so. E sbagliamo in continuazione. Ma l’uomo non vive di solo pane, vive anche di cultura. Vive di libri, di fumetti, di cinema e di teatro. La gente si è rilassata guardando le serie Tv; ha provato a stordirsi come poteva. E io ho cercato di raccontarlo nelle mie strisce».
E com’è andata?
«Gli ultimi due giorni sono stati i più difficili: non ne potevo più. Se avessi dovuto continuare, ti giuro, non avrei saputo cosa dire. Meno male che alla fine c’è stata “la liberazione”, come la chiama mia figlia».
Usciremo migliori da tutto questo?
«Non credo. Te lo dico molto sinceramente. La gente, già oggi, già adesso, se ne sta dimenticando. La mascherina è diventata un oggetto di uso quotidiano, su cui, quasi, non riflettiamo più: la indossiamo senza pensarci».
Perché non credi che ne usciremo migliori?
«Io ricordo ancora l’11 settembre; ricordo la reazione delle persone. Quando è successo, eravamo tutti convinti che niente sarebbe stato più lo stesso. E invece, lentamente, siamo tornati alla normalità – una normalità diversa, forse più complicata – ma tutto sommato accettabile, abbastanza simile alla normalità in cui vivevamo poco prima. E la stessa cosa, sono sicuro, succederà con questa pandemia».
Non c’è speranza?
«Si può uscire migliori da una situazione solo se si è pronti a migliorare. Solo se c’è una base per cambiare in meglio. Se sei una persona cattiva, rischi di incattivirti ancora di più. Se sei già arrabbiato, puoi arrabbiarti ancora. E se odi, finisci per ancorarti all’odio con tutto te stesso. Non sempre, certo; ma può succedere».
Il tuo libro, però, si intitola Andrà tutto bene.
«Ma sì, alla fine va sempre tutto bene. O se vogliamo, non è mai andato bene niente. Andrà tutto bene se riusciremo a imparare dai nostri errori».
Quali errori?
«È come ha detto Martin Scorsese nel suo cortometraggio per la BBC: ci siamo fermati all’improvviso, e ci siamo accorti che andavamo troppo veloci. Forse scopriremo che per farci sentire non c’è bisogno di urlare. E forse ricominceremo a camminare, prima di metterci a correre».
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