Arrivederci amore Zhao

Trentotto anni, natali a Pechino, studi londinesi, apprendistato tra Los Angeles e New York, con il suo terzo film, Nomadland, Chloé Zhao ha vinto il Leone d’Oro all’ultima Mostra di Venezia, ha preso due Golden Globes, film e regia, e per i 93esimi Oscar parte, dietro l’apripista Mank di David Fincher, con sei nomination. L’obiettivo è anche più ambizioso, scrivere il proprio nome in una storia, quella dell’Academy Award per la regia, fin qui proibitiva – e punitiva – per le donne: l’apripista in cinquina fu la nostra Lina Wertmüller nel 1977 con Pasqualino Settebellezze, poi Jane Campion, Sofia Coppola, Kathryn Bigelow, l’unica a vincere nel 2010 con The Hurt Locker, e Greta Gerwig, ora lei e la Emerald Fennell di Promising Young Woman.
In collaborazione con Sky TG 24

Dopo Nomadland, il cui budget oscilla tra i quattro e sei milioni di dollari, porterà in sala Gli Eterni, l’atteso Marvel movie da duecento milioni di sola produzione: il futuro è suo. E non c’è da stupirsi: non ha sbagliato nulla, fin qui, e perché dovrebbe?
Tratto dal saggio di Jessica Bruder, Nomadland segue la sessantunenne Fern che, dopo aver perso il marito e anche la propria città mineraria, prende il furgone e on the road trova l’amicizia di altri nomadi, veri come May, Swankie e Bob Wells, quella speciale di Dave (David Strathairn) e la corrispondenza della “natura, è qui che trova la propria indipendenza”. Noi Chloé Zhao non l’abbiamo incontrata sulla strada, ma via Zoom: ecco che cosa ci ha rivelato.

Nomadland

Dropouts reali
Quando Frances McDormand che lo aveva opzionato mi ha fatto leggere il libro, mi sono chiesta come poter lavorare con attori non professionisti, ovvero come potessi restituire l’abilità di Jessica Bruder nel catturare le persone che ne popolano il saggio: ero ammirata. Il nostro desiderio, dunque, è stato quello di catturare l’arco emotivo di Swankie e degli altri, raccontare la loro storia e al contempo tenere collegato il pubblico.
Così lontani, così vicini
Jessica Bruder è stata anni con loro, noi no, ma analogamente abbiamo voluto trattare le persone quali esseri umani, dunque rispettarli nel profondo, quindi scrivere per loro. Abbiamo piazzato la macchina da presa per farci raccontare le cose, e lì abbiamo inteso chi fossero, chi come Swankie avesse un carisma naturale, e chi no. Ci siamo messi a disposizione, affinché potessero dire della propria vita, di come volessero essere ricordati: il video di Swankie che abbiamo incorporato è una delle prime cose che mi ha mostrato. Ed è preziosa.

Director/Writer Chloé Zhao at the Telluride from Los Angeles Drive-In Premiere of NOMADLAND. Photo Courtesy of Searchlight Pictures. © 2020 20th Century Studios All Rights Reserved

Attori professionisti e nonLa più grande sfida è stata combinare attori professionisti, dunque Frances McDormand e David Strathairn, e non professionisti. Dovevamo scegliere quelli giusti, e a quel punto il 70% del film sarebbe stato fatto. Dovevamo creare un ambiente in cui entrambi, professionisti e non, potessero sentirsi a proprio agio. Ma voglio dire una cosa: è sbagliato considerare i professionisti altra cosa da esseri umani, anch’essi sono vulnerabili, danno le proprie vite ad altri.
Ludovico Einaudi
C’è stato un momento in cui ho pensato che le varie parti della storia non si unissero, che risultassero pezzi a sé stanti, senza amalgama. So di non fare bella figura a confessarlo, ma ho cercato su Google “musica classica ispirata alla natura”, e su YouTube mi è comparso il video di Elegy for the Arctic di Ludovico Einaudi, in cui il maestro suona il pianoforte su una piattaforma galleggiante fra i ghiacci del Polo Nord: le sue note si fondono con questo grandioso paesaggio. Ho pensato che la sua musica funzionasse per il nostro film, ed è stato così: con Einaudi i diversi pezzi si sono uniti. Miracolosamente.

Frances McDormand in the film NOMADLAND. Photo by Joshua James Richards. © 2020 20th Century Studios All Rights Reserved

OutsiderOutsider, mi sento così dovunque, ovunque vada, pertanto mi sono naturalmente identificata con i protagonisti di Nomadland. Ho dedicato agli outsider i miei tre lungometraggi, nel Regno Unito o in Cina avrei fatto lo stesso. Penso che crescere in un paese dove chiunque mi assomigliasse e ora ritrovarmi negli Usa quale trentottenne Asian American abbia qualche conseguenza, anche nel raccontare storie: qui probabilmente non sentivo le frustrazioni e i complessi che avrei provato se ci fossi nata, negli Usa. Appunto, sono una Asian American, ma rimango cinese.
Femminismo
Frances (McDormand, NdR) vuole vivere la sua vita, esprimersi, capire, scavare. Ha curiosità e desiderio di fare esperienza, e questo è molto importante per noi: volevo dare quello a Frances, io sono una donna, ma non sono una sessantenne e settantenne, non sono madre e nemmeno nonna. Come l’ho fatto? Con il mio lavoro, usando il linguaggio cinematografico, ma tutto parte da un incontro, da uno scambio. Non ho voluto imporre su queste donne il femminismo, opzione che non ha senso, al contrario, mi sono rifatta all’autenticità.

NOMADLAND

Donne
Uomini o donne, il problema è al di là del genere, perché sta nella società capitalista. Prendiamo le donne: vengono pagate di meno, con nefaste ricadute sulla loro social security; molte di quella generazione sono rimaste a casa, hanno fatto le casalinghe, e alla morte dei loro uomini con che cosa si sono ritrovate? Un pugno di mosche. Eppure, se vivere in un veicolo per gli uomini rappresenta un problema d’orgoglio, alle donne non gliene frega nulla, vanno per strada senza indugi: hanno più risorse, capacità di adattamento, il desiderio di vivere la propria vita, comunque e qualunque essa sia. Ma ripeto, non è una questione di genere, ma di generazione: come sono stati trattati?
VisivoPer me il cinema è un medium visivo, altrimenti farei teatro, che amo ma non penso di esserne capace. Sul set abbiamo tre cose: il mondo, la macchina da presa e il cast. In ogni momento devi scegliere chi sacrificare e chi enfatizzare, al servizio del film. Joshua James Richards, il direttore della fotografia, ha fatto un lavoro importante, certe volte il linguaggio del film veniva prima degli attori. È cresciuto in stretta relazione con la natura, Joshua, e con i western, era molto sensibile: gli ho dato assoluta fiducia, e ho fatto bene, giacché ha dato alla luce una prospettiva, un carattere affinché la realtà inquadrata apparisse senza tempo. Come un dipinto, per lo più desunto dai venti minuti prima del tramonto.

Nomadland

Arthouse / blockbusterHanno la stessa forma di storytelling, ma dipende da dove uno viene, da come si sia formato. Idealmente mi piacerebbe fossero lo stesso cinema, arthouse e blockbuster. Del resto, una volta a vincere l’Oscar era un film apprezzato dal grande pubblico. Spero si possa ritrovare quell’equilibrio.
Joe Biden
Joe Biden è una speranza, ma è difficile cambiare il sistema, legato com’è a logiche di contrapposizione bipartitica. Il neopresidente rappresenta un’America che negli ultimi anni è mancata, molto: è un servitore dello Stato, ed è un lavoratore, confido porterà chiarezza. Sì, sono speranzosa.
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