Avengers: Infinity War, la titanica resa dei conti dell’Universo Marvel. La nostra recensione senza spoiler

Gli Avengers, divisi dopo gli eventi di Captain America: Civil War, rimettono insieme le forze per far fronte a Thanos (Josh Brolin) e uscire da quella clandestinità cui gli Accordi di Sokovia li hanno costretti. Per sventare la minaccia del dittatore alieno servirà davvero l’apporto di tutti al loro meglio, perché il temibile e spietato villain è determinato come non mai a impossessarsi delle Gemme dell’Infinito, che gli garantirebbero il controllo totale della realtà e la possibilità di sovvertire completamente le sorti e il destino dell’Universo.
Avengers: Infinity War, lo sapevamo, è praticamente il crossover più ambizioso che il cinema commerciale abbia mai concepito fino a questo punto: una riunione di famiglia in versione extralarge, la summa di dieci anni di Marvel Cinematic Universe, con tutti i personaggi accorpati e uno sforzo immane per tenere insieme il tutto (dieci minuti ciascuno, e avanti il prossimo, con grande equilibrio). Un’operazione titanica tanto quanto il supercattivo che la abita e la rende così elettrizzante e precaria: un sopravvissuto, più che un profeta, per il quale schioccare le dita è l’unica e ultima forma di pietà.
La Spada di Damocle che pesa sulla testa degli Avengers e dei Guardiani della Galassia, insieme per l’occasione, è di quelle da far tremare i polsi, ma in compenso c’è la lucidità dei Russo, che anche grazie alla limpida sceneggiatura di Christopher Markus & Stephen McFeely dosano in maniera millimetrica scene comiche e battaglie campali, apparizioni e, soprattutto, cortocircuiti: avere dei personaggi mai visti gli uni accanto agli altri nella stessa situazione dà anche alla gag in puro stile Marvel, che abbiamo imparato a conoscere, il brivido dell’ignoto, l’imprevedibilità della scoperta.
È il punto d’arrivo di un intero decennio di avventure, Avengers: Infinity War, e come tale va vissuto, ma il godimento dell’avventura non è affatto sospeso in nome di una resa dei conti dal sapore definitivo: i Russo pensano al rialzo e mai al ribasso, il loro pensiero cinematografico è allo stesso tempo teoria e prassi del divertimento e non si siede sul già noto. Condensano tutto ciò che la Marvel ha da offrire in un unico film e il risultato, in termini di epopea e di epica, diverrà inevitabilmente un punto di riferimento, una pietra di paragone dalla quale sarà impossibile prescindere. Anche in vista del prossimo capitolo, ancora senza titolo, in arrivo nel 2019.
Fin dal titolo, Avengers: Infinity War dichiara di guardare verso l’Infinito e oltre ed effettivamente lo fa: perché le Gemme dell’Infinito di Thanos, da racchiudere in un guanto potenzialmente onnipotente, sono in fondo la metafora più efficace di un potere creativo e aggregativo ancor prima che, banalmente, distruttivo e apocalittico. Un dominio che solo riunendo tutti gli elementi e i concetti fondamentali dell’universo può aspirare a superare ogni limite, a squarciare qualsivoglia barriera, contrapponendosi così al cuore luminoso e altrettanto onnipotente dell’Iron Man/Tony Stark di Downey jr, che basta sempre a se stesso.
Di rado dopotutto, nell’universo Marvel e non solo, abbiamo visto un antagonista così decisivo nell’economia del racconto, così simbolico della natura dell’intera operazione: Thanos è un narcisista sociopatico e shakespeariano, nelle parole degli stessi registi, metafora di una volontà di potenza che in Avengers: Infinity War sfida l’ultraterreno, accumula mondi attraverso didascalie maiuscole proprio come fa il film, che agguanta a più riprese l’adrenalina e l’apoteosi. Non solo di un’idea di narrazione e di industria, ma anche di una concezione di mondo e addirittura di spiritualità soprannaturale.
Il finale, ovviamente senza rivelare nulla, avrà il potere di tramortire e spiazzare, di lasciare strascichi profondi. La resa dei conti di questa battaglia comica e serissima affrontata con liberatoria leggerezza è totale e senza ritorno, Wakanda un sontuoso palcoscenico fatto di polvere e sangue (il successo stratosferico di Black Panther non poteva non pesare: c’è anche una battuta da meme obamiano su uno scudo), la coralità spinta verso esiti mai così tragici e coraggiosi. Era difficile, alla vigilia, immaginare un epilogo che avesse una consapevolezza della catastrofe così lucida, a tal punto da fare addirittura i conti con l’11 Settembre nella solita scena post-credits (un compito che di solito spetta sottobanco a un cinema di genere molto più basso).
Intendiamoci: le prese in giro non mancano, come quelle a Footloose e Kevin Bacon, ma anche a James Cameron e a quel “vecchissimo film”, Aliens – Scontro finale, facendo curiosamente il verso alle ultimissime polemiche contro gli Avengers avanzate dal regista di Avatar. Il postmoderno e l’ironia, insomma, sono ancora i superpoteri principali, ma guai a sottovalutate la Storia e l’America, le sue guerre infinite e le ferite, recenti ma mai sanate. E, soprattutto, il suo senso dello Spettacolo. Anche nell’Apocalisse.
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