Berlinale: Natural Light vince l’Orso d’argento per la miglior regia. La recensione

Inverno 1941: l’esercito ungherese, alleato dei tedeschi, presidia i territori sovietici occupati dall’Asse. L’obiettivo è di stanare i partigiani e fiaccare la resistenza, spostandosi da un villaggio all’altro. Sterminati territori boschivi, imbiancati dal ghiaccio e appesantiti dal fango, tra cui si trascina il battaglione di cui fa parte anche il caporale István Semetka (László Bajkó, volto pazzesco), contadino e fotografo della truppa, uomo placido sfiancato dal tempo che non passa mai. Fino a che un’imboscata innesca una serie di ritorsioni di cui István è osservatore impotente.

Dénes Nagy, al primo lungometraggio di finzione, costruisce un war movie metafisico che doppia le dinamiche del cinema americano sul Vietnam ma spogliandole di qualsiasi traccia politica. Qui le coordinate spaziali e perfino ontologiche si sfaldano come in un film horror: un territorio senza punti di riferimento, in cui gli uomini stessi si confondono con gli alberi secchi e l’acqua di palude. Lo sguardo di Dénes è lo stesso del suo protagonista: attonito e naturalista, come dice il titolo stesso del film, Natural Light.

È così che la luce del suo cinema, invece di contribuire alla costruzione retorica del dramma, lo svuota, facendo di una storia di guerra l’espressione dello stato d’animo di un soldato privo di ragioni e stimoli, cautamente impegnato nella protezione della sua vita e di quella altrui, senza coraggio né paura, solo presente. L’ultimo cinema di guerra possibile prima di rivolgere lo sguardo altrove, lontanissimo dagli show hollywoodiani, parente non così remoto di un altro grande film ungherese, Il figlio di Saul, con cui condivide la dominante soggettiva e il pedinamento del protagonista.

Meritato Orso d’argento per la miglior regia, nonostante molti avrebbero preferito vedere premiato l’affascinante realismo magico del georgiano What Do We See When We Look at the Sky?.

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