Cannes 2019: First Love, il ritorno scatenato e irresistibile di Takashi Miike. La recensione

Takashi Miike, il cineasta giapponese di culto noto per la sua estrema prolificità (fino al 2018 era solito far uscire almeno due film all’anno), è da tempo una presenza ricorrente al Festival di Cannes, dove ha frequentato diverse sezioni, dal concorso principale alla vetrina indipendente che è la Quinzaine des Réalisateurs. In quest’ultima sede aveva presentato, nel 2015, il folle e strepitoso Yakuza Apocalypse, dove i gangster nipponici affrontavano vampiri e rane giganti. A quattro anni di distanza è tornato alla Quinzaine con il suo nuovo progetto First Love (Hatsukoi in originale), altra stramba e intrigante rilettura dei canoni del gangster movie in salsa giapponese.
La storia si svolge nel corso di un’unica, lunga notte a Tokyo. Protagonisti della vicenda sono Leo, un giovane pugile, e Monika, una squillo tossicodipendente. I due si incontrano per caso e si ritrovano coinvolti, loro malgrado, in un complotto intricato le cui conseguenze gronderanno sangue per tutti i partecipanti: un poliziotto corrotto, un emissario della yakuza, il nemico giurato di quest’ultimo e una killer mandata dalle triadi cinesi. Tutti tradiscono tutti, generando confusione volontaria dopo una prima mezz’ora che serve essenzialmente a introdurre i personaggi principali e spiegare a grandi linee le circostanze che li faranno incontrare/scontrare, per poi cedere il posto alla classica violenza anarchica di Miike.
Il gusto del regista per gli accostamenti estremi è presente già nella primissima sequenza, dove un incontro di boxe si alterna con un’esecuzione, facendo coincidere il K.O. sul ring con la prima di molte decapitazioni. Miike procede con rapidità ed efficienza, firmando un prodotto che prima di tutto vuole intrattenere, ma si concede anche il tempo per riflettere sulla propria natura, per certi versi: la sovrapposizione di diversi codici cinematografici va di pari passo con quella linguistica all’interno del film, con la rivalità fisica e idiomatica tra il cinese e il giapponese.
Teoria e pratica collidono costantemente, fino ad arrivare al ne plus ultra che è lo scontro totale in un’unica location, tra armi improvvisate e spassose incomprensioni su chi sta dalla parte di chi. È lì che Miike si sfoga al massimo, dandosi anche al vezzo stilistico, in realtà intriso di un’utilità pratica considerevole (il budget ne ha certamente beneficiato), che è un breve, sublime interludio animato, notevole anche per il suo essere perfettamente coerente con quanto visto prima e dopo, senza risultare straniante. Il titolo inglese allude al rapporto bislacco che si crea tra Leo e Monika, mentre per il pubblico è tutt’altro discorso: questo è l’ennesimo colpo di fulmine tra un cineasta e i suoi adepti, ai quali egli regala due ore di intrattenimento libero, violento e spettacolare.
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