Climax: la recensione di Mauro Lanari

Non capisco Noé quando si convince dell’inconciliabilità fra vena narrativa e sperimentazione che riduc’il film a pretesto per un’esperienza sensorial’e ipnotica. Un gruppo di ballo prov’una coreografia ripresa in piano sequenza: armoniosa e solidale coralità. Fine della prova e stacco. Segue il montaggio serrato d’una serie di siparietti immobili in cui i ragazzi esprimono isolatamente le loro intimità contrastanti e conflittuali. Iniziass’e terminasse qui, “Climax” potrebb’essere interpretato com’una confutazione audiovisiva della tesi freudiana di “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” (1921): l’unione/coesione determinerebbe la forza morale mentre la “singletudine” condurrebbe alla devastazione sociale. Ma ci sono anch’un prologo e un lungo epilogo (la seconda metà del film). Il cappello introduttivo non produce alcuna empatia verso i personaggi tant’è focalizzato sull’ostentazione metacinematografica dei referenti culturali del regista, e la sangria drogata avvia un sabba demoniaco e apocalittico, una catabas’infernale, dov’anarchia e caos stanno più nelle sole 5 pagine della sceneggiatura che negl’eventi mostrati. Alcuni momenti come l’inquadrature ribaltate in una fotografia cromaticamente cruenta sono migliori della pedante trasposizione trieriana di Dante, ma l’ostacolo a stringer’un legame affettivo coi protagonisti crea un macigno insopportabile. Eppure Noé ci dice d’esser certo che l’unico paradiso possibile consista proprio nello stile lisergico del suo sguardo (la conclusione con le gocce psicotrope nell’occhio). Tzk.
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