Dear Evan Hansen, la recensione del teen drama musical di Stephen Chbosky a Roma FF16

Nove anni dopo l’apprezzatissimo Noi siamo infinito – tratto dal suo romanzo The Perks of Being a Wallflower – Stephen Chbosky torna ad occuparsi e preoccuparsi delle fragilità esistenziali di un adolescente problematico, il Dear Evan Hansen in concorso alla Festa del Cinema di Roma 2021.

Evan (Ben Platt), come il Charlie di Logan Lerman, è un giovane intelligente e di cuore, intrappolato in un’ansia sociale che gli impedisce di sbocciare e trovare il suo posto nel micro-mondo scolastico di cui fa parte. Rimane suo malgrado invischiato in un triste malinteso: una lettera che ha scritto e stampato per se stesso viene rubata da un compagno che pochi giorni dopo si toglie la vita. I genitori di lui (Amy Adams e Danny Pino) fraintendono e si convincono che Evan e Connor fossero migliori amici. Un misunderstanding dal quale è difficile uscire e che porta inaspettati benefici sociali a Evan.

Tratto dall’omonimo musical scritto da Steven Levenson, Dear Evan Hansen è un teen drama che non teme di calcare troppo la mano sulle emozioni negative: il protagonista depresso e in fuga dalla vita, il terribile lutto della famiglia di Connor, tutto viene affrontato di petto grazie a canzoni che non rubano la scena nel senso classico del genere (nessun ballo di gruppo che rischia di spezzare eccessivamente la narrazione), ma fungono da porta d’accesso a verità nascoste e difficili da affrontare. 

«Se cado in una foresta e nessuno mi sente, sono davvero caduto e ho fatto davvero rumore?» è la strofa che identifica Evan Hansen in maniera sia metaforica che estremamente letterale, dal momento che la trama di bugie che intesse si lega proprio ad frutteto che racconta di aver visitato con Connor. Tramite questa incomprensione, Evan permette alla madre, al patrigno e alla sorella Zoe (Kaitlyn Dever, Unbelievable) di affrontare il dolore, seppur di seconda mano. 

Come da canovaccio, però, la bugia cresce a dismisura fino a sfuggire dalle sue giovani e incerte mani e quella fiamma di speranza e accettazione che ha accesso diventa ben presto un incendio dal quale è difficile salvarsi senza scottature. La matassa diventa difficile da sbrogliare e ne risente anche il piano narrativo e la regia di Chbosky, che rispetto al suo precedente Wonder è meno stucchevolmente retorico e riesce a toccare le corde giuste per emozionare. 

Di Evan Hansen è pieno il mondo: persone fragili in cerca anche solo di qualcuno che possa fare un pezzo di strada assieme a loro e farli sentire meno soli. «Qualcuno ti troverà», ricorda il ritornello della canzone più importante, ciò che vale davvero la pena ricordare e trasmettere del film di Chbosky. 




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