Diabolik dei Manetti Bros. e la raffinata filologia di un cinefumetto glaciale. La recensione

Clerville, anni ’60. Diabolik (Luca Marinelli), un ladro privo di scrupoli la cui vera identità è sconosciuta, ha inferto un altro colpo alla polizia, sfuggendo con la sua nera Jaguar E-type. Nel frattempo c’è grande attesa in città per l’arrivo di Lady Kant (Miriam Leone), un’affascinante ereditiera che porterà con sé un famoso diamante rosa. Il gioiello dal valore inestimabile non sfugge all’attenzione di Diabolik che, nel tentativo di rubarlo, rimane incantato dal fascino irresistibile della donna. Ma poi la vita stessa del ladro è in pericolo: l’incorruttibile e determinato Ispettore Ginko (Valerio Mastandrea) e la sua squadra hanno trovato il modo di intrappolare il criminale, e questa volta Diabolik non sarà in grado di uscirne da solo. 

Diabolik dei Manetti Bros., operazione a lungo attesa che riporta finalmente sul grande schermo il celebre fumetto delle sorelle Angela e Luciana Giussani, non presenta certamente le sembianze del cinecomic di largo consumo che va di moda oggi e che si è imposto prepotentemente sul mercato sotto l’egida d’impatto della Marvel, dal campione d’incassi più recente Spider-Man: No Way Home in giù. 

Si tratta di una versione cinematografica degli albi che lascia perfino sgomenti e atterriti per l’adesione filologica al materiale di partenza, portata avanti con zelo scrupoloso e a tratti perfino ottuso: vengono rispettati le architetture e il design degli anni ’60 e ’70, sia negli interni che negli esterni, la topografia dei luoghi immaginari, a cominciare ovviamente da Clerville, l’asetticità dei personaggi e la rigidità glaciale delle loro pulsioni sensuali e criminose, tanto che perfino gli attori eseguono le battute in una maniera che pare volutamente legnosa, non così lontana da un film sulla carta diversissimo come Tre piani di Nanni Moretti. 

Di certo non è la via migliore per ingraziarsi qualunque tipo di palato né una modalità operativa che garantisce un posto di riguardo nell’agenda del dibattito contemporaneo sul cinecomic, ed è indubbio che Diabolik dialoga pochissimo col proprio tempo e col mercato attuale, non facendosi portabandiera di alcunché. Eppure è proprio nei suoi anacronismi stridenti, e anche nei momenti da rumore di unghie sulla lavagna, che il film dei Manetti trova il suo senso intimo e profondo e il suo peso specifico – rigorosamente anti-modaiolo – sul piano estetico e formale. A cominciare dal comparto non indifferente di scenografie, musiche e costumi, che stilizza fino all’inverosimile le gesta e le sinuose scorribande del ladro senza scrupoli, del quale nessuno conosce l’identità e che architetta trucchi sempre più sofisticati per sfuggire alla giustizia. 

Il film ci mette di fronte il regime utopico e totalmente autarchico delle immagini che lo compongono, all’interno del quale ogni dettaglio esiste, con scrupolosità certosina, solo in virtù dell’amore degli autori per il fumetto nato nel 1962 e in larga parte – e non certo a torto – ritenuto intraducibile. I Manetti, autori popolari a 360° che nella loro produzione hanno accolto spesso elementi goderecci, scamiciati e squinternati, sembrano averlo scritto (con i fumettisti Mario Gomboli e Michelangelo La Neve) e girato in totale discontinuità rispetto a se stessi; come mossi dall’idea di rifare La pantera rosa di Blake Edwards (del 1963, appena un anno dopo la nascita di Diabolik) ma senza umorismo alcuno, trattandosi di Diabolik, e con quell’idea di erotismo in cui è necessario che non si veda nemmeno un centimetro di carne per raggiungere la temperatura di ebollizione sul piano sessuale, essendo il sesso nel fumetto un elemento psicanalitico sottinteso, suggerito, evocato ma costantemente eluso.

I Manetti hanno aggirato la difficoltà nel ricodificare per il cinema un testo così influente nella cultura pop italiana e nel primo approccio alla lettura di tantissimi riportandolo esattamente così com’era, aderendo figurativamente perfino alla plasticità dei baci cinematografici (in tutti i sensi) tra il protagonista ed Eva Kant, nei quali le labbra si chiudono le une sulle altre quasi non toccandosi. Si potrebbe discutere sul perché un adattamento così congruo di un fumetto così di largo consumo nel nostro paese si traduca, oggi, in un film così fuori moda, ma è una domanda in larga parte oziosa e della quale è perfettamente intuibile la risposta, essendosi i Manetti rivolti palesemente, quasi come fosse un gesto politico, solo e soltanto agli amanti di lunga data del fumetto di carta, che in questo caso ritroveranno l’arco narrativo de L’arresto di Diabolik (1963) e L’arresto di Diabolik – Il remake (2012).

Nota finale sul cast: Miriam Leone e Valerio Mastandrea appaiono perfettamente in parte nei panni di Eva Kant e dell’ispettore Ginko, con la prima impegnata a riprodurre il “ghiaccio bollente” del suo personaggio e il secondo a restituirne la malinconia e l’impotenza ma anche la limpidezza morale. Invece Luca Marinelli (in odore di essere sostituito per i due sequel già annunciati da Giacomo Gianniotti, il Dr. DeLuca di Grey’s Anatomy), pur muovendosi più col pilota automatico sul piano dell’adesione fisica e mimetica, esagera forse oltremodo con l’impassibilità indecifrabile e finisce col risultare subalterno alla sua controparte femminile che, come detto dai Manetti e come effettivamente sviluppato dal film, negli ultimi venti minuti finisce a tutti gli effetti col diventare il vertiginoso Super-Io di Diabolik, nonché la vera, destabilizzante protagonista di questa prima avventura. 

Foto: Mompracem, Rai Cinema

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