Dove soffia il vento di Welles

Ci sono, com’è normale che sia, elementi di forte modernità ed altri ricoperti di polvere in The Other Side of the Wind di Orson Welles. Il film postumo del grande falsificatore, riportato alla vita dalla dedizione di due produttori (Frank Marshall, già a quel tempo direttore di produzione del film, e Filip Jan Rymsza) e dai soldi di Netflix è una sorta di memoir ultimo del grande regista, una confessione cinica, concitata e sincera sullo stato dell’arte e sul suo bilancio di uomo e cineasta. Poca magnanimità, che lo diciamo a fare, per l’uno e per l’altro.
Opera wellesiana già di concetto, dove la storia di un film non finito, del suo ingombrante regista e del codazzo di produttori, collaboratori, fan e giornalisti (ma anche di mecenati, nani e ballerine) sembra un lascito in forma di sberleffo, considerando il destino del film e le vaste aree di sovrapponibilità tra Welles e il suo alter ego, J.J. Jake Hannaford, a sua volta identificabile con chi lo interpreta, John Huston.
Il film inizia con la morte fuori campo del regista (guarda caso) e procede riavvolgendo il nastro, svelandosi in proiezione carbonara da party ricco  e notturno in villa californiana fuori dal centro abitato, frequentata da tipi stravagani, lacché e amici gelosi. Se questa è la cornice, il quadro è il film nel film, proiettato anche a favore dei nostri occhi, dalla trama balbettante, con due personaggi principali, uomo e donna, una misteriosa e avvenente venere meticcia e un giovane inevitabilmente infatuato, muti e nudi per gran parte delle riprese come l’Adamo ed Eva di un paradiso di plastica.
Se la trama dà adito a ogni possibile illazione, non meno leggendario è l’alone che circonda i suoi interpreti, ipotesi e pettegolezzi si susseguono in mezzo a considerazioni varie, battute meditate, frasi sprezzanti e amene sul  mondo del cinema, sull’ego dei cineasti, sull’invidia del mondo d’intorno. Si scopre che Hannaford è un manipolatore, un baro, un misogino e un sadico persecutore di attori; che il suo più stretto collaboratore (intepretato da un giovanissimo Peter Bogdanovich) lo odia, ricambiato. Che forse tutta la mitologia intorno al film è cialtroneria di talento, bugia creata ad arte. Entrano in scena i nani, i fuochi e i fucili. Quattro colpi fuoricampo. La donna del film ha in mano un paio di forbici, il predatore maschio si sente predato. Il finale è delirante, il messaggio, tra riti di castrazione e sensi di colpa al maschile, chiaro e lineare.
The Other Side of the Wind è a un tempo satira del mondo hollywoodiano, ennesima variazione wellesiana sul tema della finzione e sincera messa a nudo dell’autore. Scollacciato – siamo in piena porno-wave anni ’70 -, parlato fino allo sfinimento, trottolante dei repentini cambi di scena e di scenario, è un’opera di furiosa vitalità, dal montaggio indiavolato e la distanza fisica azzerata tra spettatore e film. Un mitragliamento di primi, primissimi piani, un tagadà di personaggi e situazioni, di dialoghi concitati, di nomi e nick name, piste e false piste. Welles carica e scarica, gioca di iperbole e lavora di decostruzione. Restituisce un’esperienza sensoriale sconvolgente, eccessiva anche rispetto all’abitudine immersiva del cinema contemporaneo.
Il suo postumo è un film interiormente stereoscopico. Per apprezzarlo gli occhialetti non bastano: occhi nuovi ci vogliono. Agili e aperti. Viva Welles!
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