Egoyan presenta Guest of Honour

(Cinematografo.it/Adnkronos) – “Tutti hanno le loro ossessioni. Io amo capire gli aspetti oscuri della condizione umana, la ricerco in tutti i libri che leggo, la musica che ascolto, il film. Mi attraggono quando sembrano trattare questi aspetti più cupi”. Così il regista armeno (naturalizzato canadese) Atom Egoyan racconta la voglia di indagare l’animo umano che ha dato origine a Guest of honour, la pellicola presentata oggi in concorso a Venezia 76.
“L’ossessione principale delle persone – spiega il regista, che è anche sceneggiatore del film – è quella della negazione. Negare è un meccanismo di difesa naturale, neghiamo tutti perché è comodo, rendere difficili ad altri capire cosa è la verità, e questo film è un saggio di questo concetto”.
Il lungometraggio racconta la storia della giovane maestra di musica Veronica, interpretata da Laysla De Oliveira, e del suo travagliato rapporto con il padre, un ispettore alimentare, interpretato da David Thewlis. Quando il padre viene a mancare, la figlia va a parlare con un prete (Luke Wilson) prima della sua orazione funebre, cominciando un racconto sull’uomo fatto di vari flashback sulle diverse fasi della loro vita e del loro rapporto. L’evento su cui si incentra la storia è l’accusa, nei confronti della giovane, di abuso di autorità nei verso l’adolescente Clive, suo alunno. La donna sembra però non volersi salvare, convinta di meritare una punizione per qualcosa accaduto tanto tempo prima, e anche il padre sembra comportarsi in modo strano in un intreccio di segreti tra padre e figlia.
Laysla De Oliveira in Guest of Honour
“Veronica è molto influenzata dalle esperienze vissute durante la sua infanzia e adolescenza – dice l’attrice De Riveira – e io porto sullo schermo questo senso di colpa, questo aspetto nero che permea tutta la sua vita. E’ introversa, non chiede aiuto agli altri e questa è una sua questione interna, decide lei per se stessa”.
“Nel film è centrale il senso di colpa -le fa eco il regista- ma ci sono alcune verità che il padre non avrebbe potuto dire alla figlia,e viceversa. Sono affascinato dalla complessità di come alla fine la verità si manifesta, ci sono storie che restano nascoste fino a che non è troppo tardi”.
“I film di Atom trattano sempre il tema della famiglia – dice l’attrice e produttrice canadese Arsinée Khanjian, moglie del regista, che ha una parte nel film – gli aspetti nascosti delle relazioni, dei rapporti familiari. Nel nostro mondo di oggi, in cui la politica è diventata un’area così’ complessa, gli individui non sono in grado di differenziare la verità dal falso. Quindi torniamo sempre di più all’ambito familiare, perché questo è il modo in cui riusciamo ad interpretare la realtà, lì dove abbiamo un rapporto diretto con essa”.
Nella pellicola, centrale è la struttura temporale: fin dall’inizio si sa che il padre è morto, ma il film si articola su una serie di flashback che vanno avanti e indietro e che esaminano varie fasi della vita. “E’ sempre stata una caratteristica di Atom – dice il direttore della fotografia Paul Sarossy – il fatto che non ha mai voluto sottolineare troppo chiaramente la differenza tra tempo e luogo. Dal punto di vista della cinepresa questi cambiamenti strutturali sono semplici, avvengono nella costruzione del film e della storia”.
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