Ewan McGregor “stecca” alla prima da regista. La recensione di American Pastoral

Brutto periodo davvero per lo scrittore Philip Roth… Non solo si è visto sfilare da sotto il naso per l’ennesima volta il Premio Nobel per la letteratura andato a Bob Dylan, ma in più gli toccherà assistere a una delle più mediocri trasposizioni cinematografiche tratte dai suoi romanzi, per giunta uno tra i più belli, ovvero American Pastoral.
Adattare per il grande schermo le sue opere è impresa titanica. In tanti si sono cimentati e hanno fallito, da La ragazza di Tony (il caso più riuscito) fino a Indignazione, passando per La macchia umana e L’animale morente. Anche perché è lo stile stesso dell’autore a rendere pressoché impossibile una buona trasposizione: non c’è digressione o montaggio che possa tradurre i laboriosi contesti storici e psicologici che Roth impiega pagine e pagine a sviluppare.
Pur tuttavia Ewan McGregor, il bravo attore noto per tanti successi come Trainspotting e Moulin Rouge, ha sicuramente compiuto un atto di sopravvalutazione delle proprie capacità e di ingenua incoscienza nel cimentarsi al suo esordio alle regia con una delle opere più complesse di Roth, così stratificata e ambiziosa da meritare un Pulitzer nel 1997. Forse con un regista geniale all’opera un capolavoro come Pastorale americana avrebbe potuto trovare un adeguato adattamento, ma affidato a un esordiente era prevedibile che si trasformasse in una rilettura cinematografica superficiale e appiattita, complice anche la sceneggiatura di John Romano (autore perlopiù televisivo).
Se il romanzo di Roth è un prisma, che a partire dalle vicende di una famiglia americana, riflette le tante sfumature di un sistema pieno di contraddizioni, il film di McGregor è un imbuto che riduce un grande affresco sociale alla storia un po’ patetica e ricattatoria di un padre e una figlia.
L’attore si cala convinto nei panni di Seymour “lo Svedese” Levov, il prototipo dell’uomo americano medio, ex campione sportivo e gran lavoratore. Il suo matrimonio con la bellissima Dawn (Jennifer Connelly), quasi Miss America, viene coronato dalla nascita di una figlia ahimé balbuziente, la prima crepa di un quadretto idilliaco e perfetto. La china discendente si farà tragica quando la piccola Merry ormai cresciuta (Dakota Fanning), metterà in dubbio il sistema di valori famigliari a causa delle sue frequentazioni politiche. In clima di piena contestazione sessantottina, sarà la principale indiziata di un attentato terroristico e quindi costretta a fuggire. Le conseguenze saranno traumatiche per i suoi genitori, sia per la madre che affogherà nel dolore e nei rimpianti, ma soprattutto per lo Svedese, ossessionato dalla ricerca e dall’attesa della figlia scomparsa.
Con lo sguardo (e il sorriso) da buono sempre fisso sul volto, McGregor porta sullo schermo un uomo talmente incapace di mettere in discussione la sua fiducia cieca nel sistema (per non parlare del suo amore per Merry) da sembrare quasi uno stupido, un personaggio senza evoluzione. Più convincente e realistico quello della Connelly, che prima perde la testa e poi si rifugia nell’egotismo, per superare il dolore della separazione dalla figlia.
Andava depositata in mani più abili ed esperte la fine del Sogno di un Paese, raccontato tra l’altro con carrellate di documenti d’archivio a mo’ di bigino. Se lo scrittore del New Jersey sulla carta riesce a raccontare magnificamente lo sgretolamento del sogno a stelle e strisce nell’inciampo con il Vietnam e di quella generazione che non ha più amato la bandiera come i suoi genitori, McGregor si limita a mettere in scena lo struggimento e il senso di sconfitta di un uomo che non sa comprendere chiunque metta in discussione le sue certezze stolide e imperturbabili.
L’articolo Ewan McGregor “stecca” alla prima da regista. La recensione di American Pastoral proviene da Best Movie.




Leggi la notizia completa