Festa del Cinema di Roma 2020, Gabriele Mainetti svela i registi del cuore e l’inizio di Freaks Out in anteprima

Nel suo Incontro Ravvicinato con il pubblico della Festa del Cinema di Roma, Gabriele Mainetti ha raccontato in prima persona i registi che più ama: tre pezzi da novanta, Mario Monicelli, Sergio Leone e Steven Spielberg, che lo hanno segnato in profondità nel suo percorso di formazione, come spettatore ancor prima che come cineasta. Il regista de Lo chiamavano Jeeg Robot, atteso nelle sale il 16 dicembre con la sua attesissima opera seconda, Freaks Out («Non stiamo qui alla Festa col film perché non è pronto, ma per l’uscita lo sarà! Promesso!»), ha scelto tre clip diverse da altrettanti film per ogni autore, commentandole a lungo e spiegando che posto occupano Monicelli, Leone e Spielberg nel suo immaginario. Riassumiamo di seguito il contenuto degli interventi di Mainetti, qui in veste di appassionato affabulatore cinefilo, soprattutto sul fronte degli immaginari pop cari alla sua ispirazione. 

L’ARMATA BRANCALEONE (Mario Monicelli, 1966)

«Con Monicelli c’è sempre l’imbarazzo della scelta, ma ho scelto L’armata Brancaleone perché l’ho visto con mio padre non so quante volte, quasi quanto I soliti ignoti. Per come abbiamo raccontato i Freaks di Freaks Out è un film che gli si avvicina molto, seguendo una maniera tutta italiana di narrare dei poveracci, che sono tali ma non smarriscono mai la propria epica. Di Brancaleone mi piace che non perde mai la voglia di inseguire il mito del cavaliere, è per me è un film determinante nel tono. Tanti dettagli del film sono da commedia dell’arte, come la parrucca da samurai di Gassman, che però riesce col suo viso a creare una maschera altera». 

«Monicelli diceva che è importante giocare e divertirsi, non serve affannarsi per inseguire la meraviglia anche a costo di soffrire troppo. Tanto comunque – pensava – mi ricorderanno solo per quattro o cinque film e spesso la meraviglia arriva da sola. Monicelli è il re della commedia all’italiana vera, non quella becera, approcciava il cinema con una leggerezza tagliente e ricca di tanta cultura. Raccontava di aver fatto il regista perché non sapeva scrivere abbastanza bene per fare lo scrittore e aveva capito che anche come musicista non ce l’avrebbe fatta senza il talento richiesto, per cui a suo dire aveva scelto un mestiere in cui puoi condividere le responsabilità con gli altri».

«Io e Nicola Guaglianone da ragazzi andavamo da Leo Benvenuti, sceneggiatore che ha lavorato tantissimo con Monicelli. Lo incontravamo nello scantinato a Piazza del Popolo dove ci riceveva, io all’inizio ero più “americanozzo”, mentre Nicola era più per la commedia, poi piano piano ci siamo influenzati a vicenda. All’inizio in Jeeg Robot volevamo raccontare la storia di un supereroe per caso, poi abbiamo cercato di restituire una tridimendionalità e Nicola mi disse: i superpoteri deve averli per davvero! Come dice lui, quelli di Jeeg sono personaggi tragici, ma che fanno ridere: Enzo ha tutti gli amici morti e si consola con lo squallore dell’autoerotismo, Alessia è stata abusata dal padre ma non lo giudica come uomo e gli vuole bene, lo Zingaro è un criminale che vuole apparire ed è tentato dai social. Ci hanno permesso di divertirci, di giocare, ma anche di emozionare».

PER UN PUGNO DI DOLLARI (Sergio Leone, 1964)

«Monicelli era più italiano in senso stretto, era nato a Roma per poi trasferirsi a Viareggio e in altre città della Toscana, mentre Leone era molto più romano. Il suo dialetto romano entra anche dentro i western che ha fatto. Non è che a suo tempo tempo ricevesse dalla critica chissà quale riconoscimento importante, ma aveva una visione politica anche se priva di un taglio esplicitamente politico, perché Sergio Leone raccontava sempre gli ultimi, non certo i grandi. Ha destrutturato il western consegnandolo nelle loro mani. Kurosawa ha scritto in una lettera a Leone che ha guadagnano più dai diritti di remake di Per un pugno di dollari, che era ispirato al suo La sfida del samurai, che da tutti gli altri film della sua carriera. Con Leone mi sento a casa, mi sembra che il suo cinema parli sempre a tutti quanti». 

«La sua visione si è amplificata negli anni, film dopo film, ha fatto subito il salto della lingua guardando al mercato internazionale e rilanciava sistematicamente la posta in palio fino a realizzare il suo capolavoro, C’era una volta in America, dove ha destrutturato completamente il noir e il sogno americano: Noodles in fondo è solo uno sfigato e un preso in giro, proprio come un personaggio di Monicelli. Quel film di fatto ha però spento un fuoco, perché quel tipo di cinema in Italia non si è più fatto».

«Tarantino ha detto: non riuscirò mai a girare una sequenza come il triello finale nel cimitero de Il buono, il brutto, il cattivo. E sono d’accordo, è irraggiungibile. Tarantino è un regista diverso, lui guarda sempre al cinema, ma non sa raccontare delle storie attraverso delle facce come Leone, quei visi indimenticabili nei film di Tarantino non li trovi. Leone guardava non so a cosa, è l’Immagine, nel senso più alto. l padre della mia compagna, che ha avuto la fortuna di lavorare sui set di Leone, mi diceva sempre che aveva una leggerezza tale che, nonostante la mole, sembrava che fluttuasse». 

E.T. L’EXTRA-TERRESTRE (Steven Spielberg, 1982)

«Mi piace ricordare che è il primo film che ho visto al cinema, avevo 6 anni. E.T. è l’amico immaginario, un po’ come Bing Bong, il personaggio di Inside Out che abita in fondo all’inconscio. In tutti i film che ho scelto per questo incontro c’è il grande gioco, la voglia di parlare all’alieno, al bambino profondo che sta dentro ognuno di noi. Spielberg, paradossalmente, ha imparato tanto dalla televisione e da quando non fa più gli storyboard dei suoi film è meno preciso nelle inquadrature e si vede, ma come regista è anche giusto preservare un margine per stupirsi».

«La regia non è soltanto la tecnica, ma anche il tono, ciò che restituisci al pubblico con le battute, i dialoghi, i movimenti di macchina, e lui sa fare tutto. Credo sia molto raro essere così emotivi e formalmente “unici”, spesso quando si va sul formalismo si trascura il contenuto e viceversa. E la cosa più bella di tutte è che Spielberg non si vede mai nei suoi film, la sua regia è sempre nascosta dietro la storia! Sono una sua groupie e se lo conoscessi probabilmente gli balbetterei davanti, come faccio spesso quando sono nervoso».

«Il mio sogno è sempre stato fare un cinema come quello di Spielberg, che è il mio regista preferito in assoluto per tanti motivi. Se lo faccio in uno spazio come il mio, che magari è addirittura “regionale”, devo renderlo credibile. Non perché i registi italiani non abbiano frequentato il fantastico, ma perché i personaggi, come in Lo chiamavano Jeeg Robot, devono portarti a sospendere l’incredulità. Il pubblico deve dire: io ci credo». 

Mainetti, nel corso dell’incontro, ha palesato anche passioni cinefile più radicali ed estreme come Robert Bresson («Un condannato a morte è fuggito è uno dei miei film preferiti, lui diceva sempre: non m’interessa quello che quell’attore mi fa vedere, ma ciò che quella persona mi nasconde») e com’è facile immaginare ha parlato più volte di Freaks Out. Non solo per via del fatto che, dal modo in cui si è espresso sui registi di cui sopra, si capisce chiaramente che sognerebbe di replicarne l’incanto, il gusto, i modelli produttivi, l’ambizione. Ma anche perché quel film, dalla lavorazione molto lunga, rappresenta per lui un salto importante e, tra l’altro, ormai Finalmente imminente. 

«Ci ho messo dentro, a livello di bugdet, tutti i soldi che avevo e anche quelli che non ho. Andatemi al cinema e salvatemi la vita!», ha detto scherzando, per poi chiosare: «Esattamente cinque anni fa Lo chiamavano Jeeg Robot veniva presentato alla Festa di Roma, incredibile. Vedete quanto ci metto, io, a fare le cose?». Alla fine dell’Incontro Ravvicinato è arrivata anche la sorpresa   forse più gradita e attesa per i presenti, ovvero l’anteprima assoluta del prologo di Freaks Out.

Il film avrà per protagonisti dei personaggi di nome Matilde (Aurora Giovinazzo), Cencio (Pietro Castellitto), Fulvio (Claudio Santamaria) e Mario (Giancarlo Martini), che sono come fratelli nel momento in cui il dramma della seconda guerra mondiale travolge Roma. Siamo nel 1943, nel pieno del conflitto, e la Città Eterna ospita il circo in cui lavorano. Israel (Giorgio Tirabassi), il proprietario e loro padre putativo, scompare nel tentativo di aprire una via di fuga per tutti loro, oltre oceano.

Nei primi minuti del film (circa 8, più o meno) che abbiamo visto questa sera a irrompere sulla scena per primo è proprio il personaggio di Tirabassi, che fa da imbonitore alla folla per invitarla ad ammirare i fenomeni del suo circo: «Conoscerete creature straordinarie capaci di imprese memorabili e stupefacenti! Perché solo al Circo Mezza Piotta l’immaginazione diventa realtà…e niente è come sembra».

Seguono, su musiche magiche tipiche di un certo modo di rappresentare il circo nei blockbuster hollywoodiani, le irruzioni in scena dei singoli personaggi. Il Cencio di Castellitto armeggia con delle lucine dorate e colorate, ingoia e poi sputa insetti che cambiano forma e natura (ad esempio una sorta di scarabeo gigante, che diventa una cavalletta uscendo dalla sua bocca); Fulvio, simile a una sorta di Chewbecca di Star Wars più ferino e brutale, è una specie di uomo-lupo che osserva la scena rinchiuso in una gabbia e viene liberato solo per mostrarsi agli astanti che applaudono e assistono ammirati alle esibizioni, dopodiché ulula, fa il suo numero, a un certo punto si pettina il pelo; Matilde, invece, cui è dedicata una colonna sonora molto più dolce e delicata, accende delle lampadine semplicemente mettendole in bocca, si muove a passo di danza e subisce un dispetto da Cencio che le manda addosso una mosca facendole perdere l’equilibrio e mettendo a repentaglio il suo gioco di prestigio, che comunque riesce grazie alla destrezza della ragazza.

D’improvviso, però, mentre l’Israel di Tirabassi, presente accanto a loro in una specie di pulpito, inizia a suonare la tromba, arriva un’esplosione assordante e di colpo siamo catapultati all’esterno, nella polvere e nella devastazione del secondo conflitto mondiale: una bomba è stata appena sganciata, sentiamo il rombo degli aerei e vediamo bandiere naziste tra le macerie di una Roma occupata e appena colpita a morte. Lo sforzo produttivo sul fronte “bellico” sembra imponente, i corpi si confondono forsennatamente al fumo, alla cenere, a una nebbia confusa, c’è perfino una Chiesa che crolla e l’estratto si chiude con l’insegna del circo divelta, sprofondata (e desolata) tra i resti del circo e di ciò che c’era fino a un attimo prima, mentre intorno infuria il caos.

Un cambio di passo repentino per questo prologo (i protagonisti si ritroveranno da lì a poco a piede libero, in una città in guerra), consumato nell’arco di nemmeno dieci minuti, a conferma dell’apparato spettacolare degno di nota che il film sembra aver dispiegato e che è visibile già da un primissimo ma corposo assaggio. Tutto il resto, naturalmente, lo scopriremo al cinema dal prossimo 16 dicembre. 

Foto: Getty Images

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