Festa del Cinema di Roma 2021, Marco Bellocchio si racconta: «Studiavo da attore, Andrea Camilleri mi consigliò la regia»

Marco Bellocchio, reduce dalla Palma d’onore a Cannes e da Marx può aspettare, film con cui ha fatto i conti con i suoi demoni personali e col tragico suicidio del fratello gemello, si è raccontato alla Festa del Cinema di Roma in un Incontro Ravvicinato col pubblico in cui ha ripercorso i suoi esordi e alcune circostanze ed elementi fondanti della sua carriera. Ve lo raccontiamo di seguito, riportandovi le dichiarazioni del maestro piacentino. 

Gli inizi al Centro Sperimentale di Cinematografica a Roma 

Quando arrivai a Roma c’erano due scuole di pensiero per i giovani come me: da un lato il nuovo cinema francese con la Nouvelle Vague, con Jean Renoir e i Gordardiani puristi e assoluti, dall’altro il cinema italiano, che è quello che principalmente mi ha formato. Non solo quello di Fellini, Antonioni e Visconti. Un’altra sorgente di formazione è stata senz’altro l’opera, il teatro. Vivevamo ancora in un mondo democristiano in cui le sinistre erano all’opposizione e nel quale cui i registi andavano ancora in autobus, come diceva Monicelli. All’ex cinema Radiocity, ora chiuso, vidi Hiroshima mon amour che mi colpì moltissimo, segnò un prima e un dopo nella mia formazione.  

Gli studi a Londra

Io ero diplomato, non come oggi che quando escono dal Centro sono laureati. In due anni a Londra imparai molto bene l’inglese, che poi ho disimparato altrettanto bene. Il Free Cinema Inglese mi formò molto, vidi Gioventù, amore e rabbia di Tony Richardson (in originale The Loneliness of the Long Distance Runner, La solitudine del maratoneta, ndr). Ci sono dentro delle scene e delle immagini, ma anche dei comportamenti, che mi colpirono molto. Il maratoneta che non vince e si ribella a un potere violento che lo aveva oppresso: quella scelta e quella scena furono strategiche nella mia formazione.
Foto: Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for RFF
Attori amati e attori “rimpianti”

Nel ‘52-‘53 m’innamorai di Marlon Brando in Fronte del porto, non in senso omosessuale, ma all’epoca volevamo imitarlo tutti. James Dean è stata la mia adolescenza. Quando a vent’anni venni a Roma a studiare avevo una diffidenza verso quei cinque attori considerati i più grandi, ovvero Gassman, Sordi, Manfredi, Tognazzi, Mastroianni. Facevano grandi film ma anche una commedia con cui io non mi relazionavo. Mi sono accorto tardi che poteva essere una ricchezza, invece ho diretto Mastroianni una sola volta (in Enrico IV, ndr) e una anche Volonté (Sbatti il mostro in prima pagina, ndr), che però era un attore a parte. Potevo prendere Tognazzi per esempio, per La Cina è vicina, ma sono contento di aver scelto Glauco Mauri che poi è tornato al teatro. Avevo una diffidenza provinciale verso questi attori, non come Ferreri che sapeva usarli, ma non ho nessun rammarico, semplicemente è andata così. All’epoca costituivano quello che oggi non esiste più cioè il Box Office, averli nel cast in buona probabilità garantiva un buon incasso.

Il melodramma

Il melodramma ha avuto per me una forza molto formativa. Vincere è un film che racconta molto quest’impeto, e il melodramma vi è rientrato in una forma più seria, meno ridicola, sprezzare, sarcastica. Lo stesso Visconti, sedicente comunista, sebbene non fosse la sua formazione lo guardava con ammirazione. Ho realizzato per i cent’anni della morte di Verdi anche un piccolo documentario su La traviata, Addio del passato, cui sono molto affezionato. 
Marco Bellocchio sul red carpet della Festa del Cinema di Roma 2021. Foto: Ernesto S. Ruscio/Getty Images for Lexus
La rivalità Piacenza – Parma 

Piacenza e Parma si contendono Verdi, ma Piacenza arriva sempre dopo Parma che era già una capitale. Piacenza è sempre stata seconda in questo, ma anche nei fasti cinematografici, se pensiamo a Bertolucci e se pensiamo a… (ride alludendo velatamente a se stesso, ndr) noi siamo gente più tranquilla, più modesta. Io sono nato a Piacenza, ma Bobbio è dove ho fatto tante esperienze di vita e di rapporti, compresi i corti che realizzo da un po’ di anni a questa parte coi giovani d’estate: brevi storie fatte con poco, che si risolvono in poco più di una settimana. Entro questi limiti ne sono uscite riflessioni di una certa profondità per me. 

La scelta di Lou Castel ne I pugni in tasca

A volte si sa già chi interpreterà un ruolo, mentre in quel caso non sapevamo chi potesse essere. Vidi un giovane alla mensa del Centro Sperimentale e mi sembrò avesse un volto molto bergmaniano, frequentava regia al Centro Sperimentale da esterno, gli facemmo un provino e andò bene. Il suo non essere per niente del nord, per niente bobbiese e per niente italiano dette qualcosa in più. Molto spesso quando si fanno i film si trovano gli attori all’ultimo momento, anche Salto nel vuoto avrebbe dovuto farlo Philippe Noiret ma all’ultimo momento dovette rinunciare e venne fatto il nome di Michel Piccoli, che entrò nel cast appena due tre settimane prima che fosse battuto il primo ciak. Anch’io all’inizio studiavo da attore al Centro Sperimentale di Cinematografia, fu Andrea Camilleri a consigliarmi di passare a regia.
Marco Bellocchio all’Incontro Ravvicinato della Festa del Cinema di Roma 2021. Foto: Stefania M. D’Alessandro/Getty Images for RFF
Il rapporto con Marcello Mastroianni

Uscivamo da un film produttivamente disastroso, Gli occhi, la bocca, che non fece una lira, e anche lui non era più in auge perciò accettò a condizioni economiche per noi vantaggiose. Era un uomo triste, molto triste, ma impeccabile, e aveva un grandissimo talento. Non faceva nessuno sforzo a scandire e a dare significato, impeto oppure discrezione a quello che diceva. Era riservato, dormiva poco, la sera stava coi ragazzi, fumava ininterrottamente le sue Nazionali. Al mattino si presentava poi al trucco, un po’ dormiva, ma era impeccabile professionalmente. Certi attori acchiappano il personaggio e vanno avanti da soli, per il regista non c’è da dire nulla, al massimo “vai di qua, vai di là”. Ho avuto con lui un rapporto di sincerità ma, come spesso accade, finito il film l’attore scompare ed è anche giusto che sia così, torna agli affetti, alla famiglia. Per me è raro mantenere una frequentazione assidua con un attore. Poi magari ci si vede al festival o in circostanze specifiche, ma l’attore va per la sua strada e io per la mia. 

Vincere

Il film non si interessa tano alla complessità psicologica di Mussolini ma a come una donna non accetta di essere messa da parte dalla sua figura, interessata solo al potere fino alla fine della sua dittatura e alla sua morte. Virgilio Fantuzzi, prete gesuita appena mancato, ammirava che pur ritenendomi io un miscredente e un ateo ci fosse in me un fondo di teismo e di religiosità, a suo dire. Secondo lui Mussolini dice “Sì, Dio non esiste!”, gli dà cinque minuti per fulminarlo e siccome non lo fulmina stabilisce che non esiste; ma alla fine del film, stando al buon gesuita, è Dio che attende trenta-quarant’anni per schiacciarne il busto metallico. Come se in quel momento Dio dicesse io esisto, ti condanno e ti castigo. Un’interpretazione acrobatica da buon gesuita per dimostrare che io credo in Dio.

L’ora di religione

Fantuzzi sosteneva anche che se non fossi stato interessato al mondo della religione non avrei fatto un film come L’ora di religione. Su quel film c’è stata una discussione, molti cattolici l’hanno trovato stimolante e coinvolgente. La bestemmia, presentata per due volte, è parsa a molti una negazione che implica un coinvolgimento in questo tipo di problematica, altrimenti secondo loro non avrei avuto bisogno di mettere in campo questo tipo di scena ripetendola anche. Questa è un’interpretazione dei sacerdoti che hanno visto nell’urlo del fratello che bestemmia l’urlo di Cristo sulla croce. Con Virgilio anche senza frequentarci molto siamo rimasti amici e ho provato un profondo dolore quanto è morto.
Foto: Stefania M. D’Alessandro/Getty Images for RFF
Esterno, notte 

(In chiusura vengono presentate in anteprima mondiale delle sequenze della nuova serie tv di Bellocchio per Rai Fiction, Esterno, notte, tratta dal suo film Buongiorno, notte del 2003. Fabrizio Gifuni interpreta Aldo Moro e nelle clip mostrate c’è anche un oscuro Toni Servilo nei panni di Papa Paolo VI. Il filmato mostra tre scene girate a Cinecittà – nel set già esistente dell’antica Roma e in due ricostruiti per San Lorenzo fuori le mura e San Pietro – e oltre a Gifuni e Servillo c’è anche un assalto delle Brigate Rosse a un negozio in cui si vede il manifesto di Anima persa, film di Dino Risi del 1977, ndr)

Un Risi sempre più depresso e incapace di far ridere in quel film, infatti non ebbe il successo di altre sue opere. C’erano tante anime perse all’epoca, come in ogni epoca, del resto ci sono anche oggi nel periodo che stiamo vivendo. Il fermento politico che ho conosciuto da bambino, con i comizi di Togliatti e De Gasperi, oggi è inimmaginabile. Meno del 50% è andato a votare a queste ultime elezioni comunali, all’epoca si arrivava al 90%. La morte di Moro segnò una svolta nella storia d’Italia. Tutti pensavano lo avrebbero liberato, e invece… In ogni caso Buongiorno, notte era un film tutto interno alla prigionia di Moro. Qui invece si cerca di guardare fuori. La serie ha un suo andamento classico che parte dalla strage e sta sui personaggi che vivono esternamente la prigionia di Moro: Cossiga, Zaccagnini, Andreotti, Eleonora Moro e anche i terroristi, fino all’epilogo. Questa è la traccia.
Foto: Stefania M. D’Alessandro/Getty Images for RFF
Foto di copertina: Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for RFF

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