Festival di Cannes 2019: le prime impressioni su Too Old to Die Young, la serie tv di Nicolas Winding Refn

Non è semplice ricostruire la trama di Too Old To Die Young – la serie che Nicolas Winding Refn ha girato per Amazon e che debutterà su Prime Video il 14 giugno – a partire dai due episodi che sono stati mostrati sulla Croisette con il sottotitolo North of Hollywood, West of Hell, come si trattasse di un film indipendente. Si tratta della quarta e quinta parte delle dieci previste e di conseguenza siamo ben oltre la fase di set-up.
Il protagonista è Martin (Miles Teller), un poliziotto di Los Angeles che lavora anche come killer per la malavita locale. Dopo un paio di omicidi consumati in modo rapido ed efficiente, Martin sembra attraversare una crisi di coscienza: prima inizia ad interessarsi alle colpe degli uomini che è mandato ad uccidere, poi rifiuta di essere pagato per occuparsi di due fratelli che gestiscono un giro di pornografia illegale.
Il suo mentore, interpretato da John Hawkes, ha un profilo più misterioso. Uccide in combutta con una specie di veggente (Jena Malone) che sceglie le vittime attraverso una bizzarra procedura di divinazione. Apparentemente questo è il lato esplicitamente surreale della serie: i due fanno parte di un qualche culto underground che separa i buoni dai cattivi imponendo la propria legge attraverso il sangue, collegandosi così a tutte le altre figure simboliche di giustizieri create dall’autore danese nel corso della sua carriera.
Anche se il protagonista non può non ricordare quello di Drive, il tempo degli eventi, il modo in cui i personaggi si muovono e parlano, è quello di Solo Dio perdona. La stilizzazione estrema del cinema di Refn, che in The Neon Demon raggiungeva l’apice e assumeva una connotazione direttamente teorica, qui è intatta, domina ancora sull’aspetto narrativo: le cose paiono cristallizzare mentre accadono.
Per esempio c’è un incredibile inseguimento nel deserto sulle note di Mandy di Barry Manilow in cui la classica dinamica del car chase viene suggerita e poi subito spezzata: entriamo nelle auto, sentiamo questa musica melodica, vediamo la strada e il deserto, poi i primi piani dei protagonisti appaiono e scompaiono nella notte come fantasmi.
C’è però anche una scena, ambientata nella stazione di polizia di Martin e fortemente grottesca, che dichiara la propria natura politica oltre la superficie cinefila, oltre l’alta sartoria registica: è una scelta inconsueta per Refn, una prima volta, così come la sessualità esibita, in un altro momento, nella quinta puntata. È come se avesse deciso di scendere dall’Olimpo e sedersi per qualche minuto tra i viventi.
Per finire. Dieci puntate sono tante ed è impossibile fare un bilancio, però certe dinamiche della serialità sono evidenti: basti dire che il quinto episodio è in pratica una lunga digressione, un vero e proprio fill-in. Allo stesso tempo è chiaro che la dimensione produttiva non ha inciso minimamente sulla qualità della messa in scena, pazzesca, né sulla rappresentazione della violenza – grafica, brutale, improvvisa come si si aspettava.
Too Old to Die Young è un serial d’autore e corrisponde all’evoluzione del cinema di Refn da Drive in poi, cioè ha tempi dilatati, caratterizzazioni simboliche e una scrittura acerba – a tratti infantile – che pare essa stessa un costume, uno specchio o un taglio di luce. Non è per tutti, non è un prodotto da binge watching e il suo luogo d’elezione sarebbe lo schermo di una sala.
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