Festival di Venezia 2019: 5 è il numero perfetto, la recensione del cinecomic di Igort

Nonostante il termine sia stato sdoganato da tempo e si usi con una certa trascuratezza, in Italia i cinecomic “puri”, cioè le opere cinematografiche tratte da racconti a fumetti, sono una rarità. Non vanno confusi con le operazioni crossmediali, come nel caso di Smetto quando voglio, Ride o Monolith, né con i film ispirati a immaginari a fumetti, come nel caso di Lo chiamavano Jeeg Robot.
Cinecomic puri sono La profezia dell’armadillo e Arrivano i Prof o, prossimamente, il Diabolik dei Manetti Bros.
C’è però un elemento di unicità ulteriore in 5 è il numero perfetto, debutto alla regia di Igort, ovvero che l’autore del film è anche autore del graphic novel da cui il film è tratto. Non solo: la stessa storia viene ripresa in mano a oltre quindici anni di distanza, il che comporta un ripensamento del materiale, una ri-lavorazione che è sia tecnica (cambia il medium) che emotiva (è diversa l’età e l’esperienza).
È evidente allora come 5 è il numero perfetto sia prima di tutto un osservatorio linguistico privilegiato, uno studio sulle declinazioni del noir ricco di nervature cinefile, che vanno dalle sparatorie coreografate del cinema di Hong Kong a certi umori virili del polar francese, passando per la stilizzazione estrema dei comic book movie americani – e penso a Dick Tracy e Sin City ma anche, e forse soprattutto, a Era mio padre -, fino ad arrivare ai Bad Boys di Micheal Bay.
Potrebbe sembrare una logica da catalogo, non fosse per la malta creativa che tiene insieme questo universo di riferimenti e che in definitiva corrisponde allo “sguardo” di chi mette in scena (il regista e il direttore della fotografia, qui Nicolai Brüel), merce rara in un’industria creativa acerba come quella del nostro cinema di genere.
Di cos’è fatto quindi – e ulteriormente – questo sguardo?
In questo caso parrebbe il risultato della contaminazione tra lo stile grafico di Igort (quello dell’opera a fumetti, a suo tempo dirompente) e i modelli citati, espresso però – ed è qui lo scarto – con la sensibilità del teatro partenopeo, un contegno e un parlato che vestono le vite e le mitologie di quartiere – le catene di aneddoti – di un’ironia a tratti sognante e a tratti dolorosa.
Questo esiste naturalmente già nel libro, ma qui ottiene uno spessore decisivo dovuto alla libertà e al tempo che Igort lascia al protagonista Toni Servillo, spesso allungando le sue scene a contenere tutte le parole necessarie, molto oltre il montaggio più ovvio. Servillo, ancor più di Valeria Golino e Carlo Buccirosso, è l’”incarnato” dello sguardo di Igort, lo completa dandogli un tempo e una inflessione. Lui è la natura della storia.
Perché se la storia, questa storia, racconta di un guappo che torna ad ammazzare e diventa un cane sciolto per vendicare la morte del figlio, lo svolgimento va preso meno sul serio della questione stilistica: la narrazione continuamente sfugge alle pretese della sinossi e si riforma nei tagli di luce, nel trucco degli attori, nelle dinamiche delle sparatorie, nell’evidenza dei costumi. Il noir si fa così metafisico e sfuggente, freddo e declamato, richiede una sospensione dell’incredulità che è una scommessa del cuore, più facile per chi ama le fonti di ispirazione.
A un cinecomic si dovrebbe chiedere esattamente questo.
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