Festival di Venezia: I predatori di Pietro Castellitto, “favolacce” surreali e divertentissime. La recensione

Intanto: il film italiano recente che più assomiglia a I predatori – esordio alla regia di Pietro Castellitto – è Favolacce. Della sceneggiatura, tra addetti ai lavori, se ne parlava già da un po’, e con entusiasmo. Il film è una satira sociale con al centro l’incomunicabilità intergenerazionale e, rispetto all’opera seconda dei D’Innocenzo, declina temi simili – lo sfacelo della famiglia borghese, il teatro grottesco delle periferie – sostituendo al dramma iperrealista dei gemelli, un tono da commedia in acido che ricorda il cinema di Álex de la Iglesia.
La storia, che si compone con grande lentezza e procede per quadri quasi autosufficienti, sparpaglia una dozzina di personaggi di estrazione sociale differente per poi chiamarli a raccolta nel terzo atto del film. Ci sono, tra gli altri, un chirurgo sposato a una regista d’essai, un trafficante d’armi vessato dallo zio-boss, uno studente in fissa con Nietzsche e un piccolo truffatore che, con il raggiro ai danni di una anziana signora, mette in moto tutto il racconto. Sarà proprio lo studente, interpretato dallo stesso Castellitto, a legare i destini di tutti con una decisione avventata.
I predatori è evidentemente animato dall’energia creativa delle opere prime e – come altrettanto spesso accade alle opere prime – è un film generoso quanto caotico. Fin dal prologo – un’anticipazione fuori contesto di quanto accadrà nel finale – e successivamente con la pirotecnica entrata di Vinicio Marchioni, la voglia di essere “visibilmente” originali – cioè di costruire sempre l’inquadratura nel modo meno ovvio o di tagliare la scena quando uno meno se l’aspetta – ingolfa il racconto rendendo faticoso seguire il dipanarsi della storia.
In questo senso I predatori funziona meglio se vissuto come un film antologico perché, abbandonato il tentativo di riannodare i fili della trama, diventa una galleria di mostruosità familiari con momenti divertentissimi, come la cena per il compleanno della nonna o l’attentato abortito al bar, e uno humour spietato e perfino surrealista che è poi il vero tesoro del Castellitto autore. Un tentativo di aggiornare la tradizione della commedia all’italiana più cattiva che batte, con esiti molto migliori, i territori testati da Cosimo Gomez con Brutti e cattivi nel 2017.
Procacci, che produce, mette in scuderia un altro talento giovane dopo Phaim Bhuiyan e il suo Bangla, dimostrando di scommettere davvero su una new wave italiana votata all’aggiornamento dei codici del nostro genere più praticato. Se Pietro Castellitto riuscirà a modulare meglio la sua ispirazione, governando in modo più ragionevole l’impaginazione del suo cinema, si confermerà un autore vero.
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