#Giffoni50, Daisy Ridley: «Dal set di Star Wars mi sono a portata a casa una spada laser»

Daisy Ridley sembra una dama dell’Ottocento: solleva con grazia innata una tazza a fiori bianchi, neri e celesti mentre sorseggia il tè da casa in collegamento streaming con i giurati di #Giffoni50. L’interprete di Rey nell’ultima trilogia di Star Wars ha raccontato divertenti dietro le quinte di una delle saghe cult della storia del cinema. «All’inizio della carriera – ricorda la 28enne inglese – ero piuttosto timorosa sul set e, anche se ho sempre avuto la fortuna di essere circondata da buffi oggetti di scena, non ho mai osato prendere qualcosa, ma dopo l’ultimo Star Wars non ho proprio resistito e ho chiesto alla produzione di avere una spada laser. Mi hanno detto di sì e allora me la sono portata a casa, tutta contenta».
Lo racconta con la stessa voce vibrante di quanto ricorda il momento esatto in cui ha ottenuto la parte nel franchise: «Per me è stato tutto molto strano. Un giorno ho ricevuto una mail dal produttore, J.J. Abrams, il che non succede mai, visto che di solito le comunicazioni arrivano tramite l’agente. La conferma ufficiale è arrivata proprio quando ero a teatro per una lunghissima rappresentazione, durante la quale mi si è pure scaricato il cellulare così non mi è stato possibile telefonare a mamma per darle la notizia e ho dovuto aspettare quello che mi sembrava un tempo infinito. I due giorni successivi mi sentivo in uno stato di stordimento, mi aspettavo che il mondo implodesse e mi stupivo che tutto girasse normalmente mentre a me era letteralmente cambiata la vita. È stato tutto assurdo ma al tempo stesso pazzesco».
Nessun divismo, anzi: a chi le chiede se abbia un piano B oltre alla recitazione risponde: «Lo scorso anno ho fatto un safari ed è stata una delle esperienze più intense della mia vita, al punto da pensare di voler rimanere lì a vivere e a vedere i leoni ogni giorno. Se invece dovessi pensare a qualcosa di più pratico, direi la consulente o la terapista, qualcosa che aiuti le persone. Lo so che ci sono al mondo milioni di esseri umani che fanno lavori più utili dell’attore ma io mi sento un privilegiato, perché quando la luce in sala si abbassa e resti al buio allora per la durata del film dimentichi tutte le pene».
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