Gigi Proietti, detto Mandrake

Si chiude il sipario. Gigi Proietti se ne va il giorno del suo ottantesimo compleanno, per un doppio scherzo del destino, in concomitanza con la serrata dei teatri – il suo più grande ambito d’elezione – e le sale cinematografiche.
Sarebbe stato in grado di costruirci sopra una delle sue, straordinarie barzellette. Perché sì, ce lo ha insegnato proprio lui in sessant’anni di carriera, si può e si deve ridere di tutto. Ma per farlo serve una maestria e un’eleganza, una tempistica e un calibro di voce che hanno reso Gigi Proietti la straordinaria maschera che oggi tutto il mondo della cultura e gli spettatori piangono. Ma con il sorriso.
È la quintessenza della romanità fatta artista, la capacità di ereditare senza averlo mai preteso le stimmate di Petrolini e di Alberto Sordi (che omaggiò con un sonetto in romanesco al funerale del 2003), la straordinaria mimesi unita al calembour dialettico che lo porta a rendere eterno uno degli incipit cinematografici più memorabili di sempre, quello di Febbre da cavallo (Steno, 1976), fino alla clamorosa autopresentazione “E dulcis in fundo ci sarei io, Vostro Onore: Fioretti Bruno detto Mandrake per via delle mie innate doti trasformistiche… e per via del sorriso magico che non per vantarmi mi colloca per vocazione nel mondo dello spettacolo con naturale tendenza verso la recitazione e momentanei ristagni nel mondo della moda e delle comparse… Insomma vostro onore io a Tor di Valle faccio sempre la mia figura”.

Ecco, un personaggio, Fioretti Bruno detto Mandrake, che da solo ha saputo raccontare Roma, la sua verve, la sua cialtronaggine, la sua magia, come poche altre cose hanno mai saputo fare.
L’arte dell’arrangiarsi, l’arte della menzogna, la sbruffonaggine mascherata d’eleganza, la tris de Gabriella!, il sorriso maschio senza vischio, il fischio maschio senza raschio, insomma con un solo film – perché diciamolo, il cinema a parte rare occasioni (il successivo Casotto di Citti, qualche anno prima La Tosca di Luigi Magni, molto più recentemente Il premio di Alessandro Gassmann) non ha mai saputo sfruttarne a pieno il talento, non ha mai saputo costruirgli intorno un habitat tale da esaltarne le infinite sfaccettature – Gigi Proietti è stato in grado di immortalare un modus vivendi.
E 17 anni dopo, la sua città è pronta a bissare – con le dovute cautele dettate dalla pandemia in corso – l’estremo saluto che riservò ad Albertone. Magari ripensando ad un altro dei suoi innumerevoli cavalli di battaglia, tra cavalieri neri, oranghi e lucertole, “nun me rompe er ca’” (sulle note di uno chansonnier francese) o posti vuoto allo stadio: ecco, proprio in quella barzelletta, che trovate qui sotto, c’è la sintesi più divertente e assoluta di un altro aspetto della romanità, il romanismo, che Proietti ha saputo restituire nella sua forma più estrema. E tremendamente veritiera.

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