Hail to the King!

Sono passate molte estati da quando il piccolo George, inseguendo una barchetta di carta lungo un rigagnolo d’acqua, incontrò lo sguardo del clown Pennywise destinandosi a una fine tremenda. Nella sfrenata fantasia di Stephen King, questo, che qualunque scrittore con il senso della misura si farebbe bastare come momento cardine per un romanzo sulla perdita dell’innocenza, è solo la prima delle innumerevoli disgrazie che colpiranno la cittadina di Derry, Maine, tra il 1957 e il 1985. Lo stesso indimenticabile clown, che in veste di cattivo potrebbe reggere l’intero libro, è del resto una delle tante incarnazioni che il Male assumerà lungo le oltre mille pagine che compongono quello che, senza più troppi pudori, si può considerare ormai un classico del secondo Novecento.

It di Stephen King ha compiuto trent’anni, e ha superato ciò che più di ogni critica o successo commerciale è il vero discrimine tra i sommersi e i salvati nell’impetuoso fiume della letteratura d’invenzione: la prova del tempo.
Fu proprio il clamoroso successo di pubblico a relegare a lungo Stephen King nel ghetto del genere, se non in quello della letteratura di serie b. Per una volta non toccò al Vecchio Continente farsi venire la puzza sotto il naso come suprema manifestazione del suo provincialismo, ma all’intellighentia degli States. Harold Bloom tuttora ritiene illeggibile lo scrittore di Bangor, e il “Village Voice” lo raffigurò con la faccia enorme e la bocca spalancata mentre mangiava palate di soldi (“una caricatura che mi ferisce ancora oggi”, dirà King molti anni dopo).
Eppure con It gli Stati Uniti trovarono definitivamente il loro Charles Dickens. Al pari dell’autore di Canto di Natale e Oliver Twist, Stephen King concilia nei suoi libri in modo raro potenza narrativa e capacità di maneggiare il soprannaturale. E poi, ovviamente, i bambini. Da It a Shining all’indimenticabile Stand By Me (il nostro è anche un mirabile autore di racconti e novelle) pochi scrittori come King sanno raccontare la magia dell’infanzia, e di come l’incanto sia destinato a svanire. Superata la linea d’ombra, non si capisce mai nei romanzi di King se ciò che si guadagna nel diventare adulti compensi anche minimamente la perdita, il non essere più in contatto con il lato più imperscrutabile e profondo delle cose.
I ragazzini di Stephen King possiedono la “luccicanza”, ma non vivono in un mondo incantato, non hanno nulla di oleografico. Sono, al tempo stesso, un concentrato di mistero e una doccia fredda sulla testa di quei lettori che vorrebbero circondare l’infanzia di colori pastello per occultare la propria corruzione morale. I ragazzini di Stephen King sono credibili, sono reali: sudano, sputano, puzzano, dicono parolacce, scorreggiano (”in quel caldo pomeriggio di luglio, Henry, Victor, Belch e Patrick Hockstetter erano finiti nella discarica a incendiarsi scoregge a vicenda a causa di Rena Davenport” si può leggere in It), fumano sigarette e costruiscono case sull’albero. Sono impacciati, coraggiosi, leali, a volte stupidi e angosciati. Addirittura fanno sesso: in una delle pagine più nascoste e meno citate di It c’è una scena di sesso tra preadolescenti davvero memorabile per audacia, struggimento e assoluta mancanza di ogni morbosità e prurigine.
Ecco, senza quasi rendermene conto sto descrivendo un romanzo che non sembra avere a che fare soltanto con l’orrore. Naturalmente, It è un grande horror, ma anche Delitto e castigo poteva essere un grande thriller. Da classico della letteratura, It è in realtà tante cose insieme: è un horror ed è un romanzo di formazione, è un Great American Novel (non meno di come potrebbero esserlo Pastorale americana o Infinite Jest), è una grande prova di introspezione (il modo in cui It assume la forma delle peggiori paure dei vari personaggi è tra le migliori idee che si possano trovare in un romanzo di questo tipo) nonché un affresco sociale di rara potenza. Soprattutto, It sguazza nelle fogne di Derry ma, tra le grate, osserva di continuo l’azzurro del cielo. In un mondo (anche letterario) in cui celebrare la fine delle speranze si riduce spesso a un esercizio di retorica, It ha le palle per essere un romanzo non consolatorio ma ottimista: mette continuamente in scena la morte per raccontare in maniera credibile quanto l’avventura umana valga ancora la pena di venire attraversata.
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