Il diritto di contarerecensione di loland10

“Il diritto di contare” (Hidden Figures, 2016) è il terzo lungometraggio del regista-sceneggiatore di Brooklyn Theodore Melfi.
Raccontare l’America, raccontare il sogno, raccontare la Nasa, raccontare la vittoria.
Nel film di Theodore Melfi tutto appare (anzi è) ammantato da un prato verde, tutto è disegnato con un arcobaleno all’orizzonte, tutto è ricostruito con vestale leggerezza: con ossimori uniformi verso il buono e riuscito, verso il sorriso e l’entusiasmo in un Paese pieno di ottimismo e di pienezza: tutto contro i ‘bastardi’ al di là del muro per essere quelli che sorpassano ma soprattutto avere il piedistallo sotto i piedi.
La pellicola racconta la storia (vera) della scienziata afroamericana Katherine Joshon che collaborò con la NASA nei calcoli matematici e fisici per i lanci spaziali e diverse missioni orbitali. Cape Canaveral e il suo centro studi diventarono l’inizio di una parità ancora lontana. Il colore della pelle era ancora limite invalicabile per ristoranti, scuole, servizi e centri di lavoro.
Le ‘figure nascoste’ (dalla traduzione del titolo in originale) sono già lì ma non vogliamo o riusciamo a vederle, sono linee di contorno che possono stare in prima fila e in grado di reggere l’impatto di un mondo che va oltre l’atmosfera. Si nascondono bene ma si danno da fare per non arginare la voglia di parità, di giustizia e di diritti. Il gioco narrativo è molto ‘politically correct’ con piacimento e autocompiacimento, oltre quello che fa intersecare i vari personaggi
Homo sapiens. In questo caso il sessismo e il razzismo sfidano ogni pregiudizio per una ‘donna’ tenace, forte e di intuizione sopra la media. Geniale il modo di rapportarsi con la parte maschile del film.
Intensa, ironica, irremovibile e istrionica: Katherine non si ferma mai neanche davanti ad un cestino da svuotare o un bagno da raggiungere. E con Dorothy Vaughan e Mary Jackson si rompono le uova nel paniere e i sistema di difesa ‘maschili’.
Diritti senza sosta, ecco quello che le donne sognano da quel (lontano) 1961. E il colore della pelle inizia a non contare più
Donne e diritti, donne e intelligenze, ne(g)re e barriere, razze e uguaglianze. Le (ne)g(re) (come si dice nel film) chiedono libertà di pensiero e vera giustizia.
E poco prima di essere lanciato nello spazio (missione Mercury-Atlas 6) l’astronauta John Glenn chiede espressamente l’aiuto di Katherine: solo lei riesce a convincere(lo) che lo spazio non faceva più paura.
Ne(g)ra: brutto termine quando l’uomo classifica(va) e mette(va) le differenze già nel linguaggio. Martin Luther King è lì in quell’America ottimista, sognante ma ancora tremendamente divisa.
Il film ha il merito (non da poco) di raccontare una storia ‘nascosta’ che riesce a farsi spazio, che sgomita con rispetto e che entra piano nelle aule giudiziarie. Una storia minima che è grande. Katherine Johnson ha sicuramente guardato ciò a lei dedicato e, soprattutto, ha visto (e toccato con mano) quello che è successo negli ultimi sessant’anni (tra l’altro ha ottenuto il 16 novembre 2015 la Medaglia Presidenziale della Libertà dall’ex Presidente Obama).
Film forse convenzionale, facile appeal e piacevolmente familiare ma, ha dalla sua una viva forza rigeneratrice e un’(auto)ironia tipicamente da commedia. Viene evitato il retrò/sentimentale) e la retorica da lezione (comunque vedere i cartelli pro J.F. Kennedy e il suo volto presidenziale doma il ‘sogno’ americano meglio di tante banalità e disarma i muri post-moderni di oggi).
Musica e ambientazione d’epoca sono sagacemente ammiccanti; tra Pharrell Williams e Hans Zimmer con Benjamin Wallfisch la colonna sonora arriva a destinazione.
Regia comoda e lineare: ondeggiare sopra i fatti senza respiri di burrasca.
Voto: 7+/10.
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