Il sottile fascino dei bugiardi

La vicenda di Lee Israel è una di quelle storie vere da cui il cinema non può che lasciarsi sedurre. Scrittrice nata a Brooklyn alla ne degli anni ’30, sperimentò alla lunga il rifiuto degli editori, interessati a libri più semplici e diretti dei suoi. Finì con il restare disoccupata e, affranta dal peso delle bollette da pagare, decise di dare una svolta “criminale” alla sua carriera letteraria, reinventandosi come falsificatrice di lettere firmate da celebrità decedute. Una storia vera che esplora il confine tra documento e fiction, in fondo lo stesso su cui si muove spesso il cinema: Lee Israel, dopo aver firmato volumi incentrati su attori e personalità dello spettacolo (l’attrice Katharine Hepburn e la specialista di cosmetici Estée Lauder, su tutte), scelse così di reagire all’oblio che le si spalancava davanti nella maniera più impensabile.
Il film, diretto da Marielle Heller, uscirà in Italia col titolo Copia originale, ed è tratto dall’autobiografia della stessa Israel pubblicata nel 2008, Can you Ever Forgive Me?. Nei panni della protagonista c’è Melissa McCarthy, mattatrice di Le amiche della sposa e di tante commedie di successo: un’interpretazione drammatica e carica di sfumature che le ha già regalato non pochi consensi. Al suo fianco, in una prova d’attore altrettanto apprezzata dalla critica e nominata a tanti premi importanti, troviamo Richard E. Grant, il Simon Bracker di Downtown Abbey, caratterista di pregio alle prese con un ruolo che fa il pieno di fascino e ironia, e può valere una carriera. Lo incontriamo al Torino Film Festival, in occasione della prima italiana del film, per parlare del progetto e del suo personaggio, Jack Hock, partner in affari di Israel, legato alla donna da un’amicizia tenera e sopra le righe.

Come descriveresti il tuo personaggio?
«Sicuramente è un edonista. Nella vita ha fatto l’amore con tutte le persone che ha voluto
e ogni volta che ne ha avuto l’occasione. Questo forse è il sogno di ciascuno di noi, anche
se io sono sposato con la stessa donna da trentacinque anni e non mi lamento. Ammiro però chi mangia quello vuole, dorme quando vuole e segue il suo cuore, no alla morte. C’è sicuramente qualcosa di molto attraente in questo stile di vita ed è stato per me molto bello interpretare un personaggio del genere».
Il film genera una grande empatia nello spettatore…
«L’ho visto per la prima volta, insieme a Melissa McCarthy e ai realizzatori, al Telluride Film Festival in una sala strapiena. Nel corso della prima mezz’ora rivedevano tutti, poi però man mano che la storia evolveva abbiamo iniziato a percepire tra il pubblico una certa commozione. Una reazione del genere è stata inaspettata per noi ma ha rappresentato una conferma di quello che volevamo trasmettere. Il film non è altro che il racconto di un legame tra due persone che hanno poco in comune: da un lato una donna molto chiusa in se stessa, una lesbica riservata che non ama interagire con gli altri, dall’altro un omosessuale frivolo che conduce una vita estremamente promiscua».
Il tuo personaggio tende a nascondere le proprie vulnerabilità. C’è qualcosa di lui che nel film non si vede, ma che ti è tornato utile per esplorare le sue sfaccettature?«Jack nel film conosce da vicino il dramma dell’AIDS, che tiene segreto ma che per me è stato il motore indispensabile, anche se nascosto, per raccontare la sua voglia di vivere e le scelte che compie. Negli anni ’80 ho avuto un amico che è morto di questa malattia e un’altra persona che conoscevo è deceduta per il medesimo male. Mi ricordo la forza della loro lotta, soprattutto per non essere visti solo e soltanto come vittime della sieropositività, per rivendicare il diritto a vivere appieno la vita che gli restava».
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Foto: © 20th Century Fox
 

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