Joaquin Phoenix in Italia per presentare A Beautiful Day: «Il mio sicario con i fuochi d’artificio nella testa»

Joe (Joaquin Phoenix) è un ex marine e agente FBI, che vive e si prende cura della madre nella casa in cui ha sempre abitato. La sua vita, però, è un inferno in terra fatto di frammenti e dissociazioni, in cui il suo passato violento fa i conti con un presente da sicario e prende vita attraverso continui e laceranti flashback. Joe, sostanzialmente, per vivere prende delle ragazze e le trae in salvo dalla loro condizione di schiave sessuali, tanto che un politico newyorkese lo assolderà come killer a pagamento per liberare la figlia Nina, piombata in un giro di prostituzione.
È questa la storia di solitudine e frustrazione, di abbandono e di violenza intorno a cui ruota A Beautiful Day (distribuisce Europictures, dal 1° maggio nelle sale), il nuovo film della regista scozzese Lynne Ramsay (…e ora parliamo di Kevin), che allo scorso festival di Cannes, dov’era passato in concorso col titolo You Were Never Really Here, si era portato a casa ben due premi: miglior sceneggiatura e Palma d’oro come miglior attore a Joaquin Phoenix, che nel film interpreta un personaggio grosso come un orso e disposto a picchiare con la ferocia sorda di una belva. Un ruolo estremo in cui l’attore, ingrassato e imbolsito oltre ogni limite, ha modo di lavorare sulla sua recitazione tutta fisica ed estremamente catatonica, trasformando il suo Joe in una maschera di solitudine senza ritorno, impassibilità furente, dolore accecante. Approdando, nel finale, a una recitazione che al culmine della sottrazione arriva a esprimersi quasi solo con gli occhi. 

Legato sentimentalmente all’attrice Rooney Mara, Phoenix è arrivato a Roma per presentare il film, accompagnato in privato dalla sua nuova fidanzata, conosciuta sul set di Maria Maddalena, e ovviamente dalla regista. Lo sguardo fisso e il temperamento ruvido e silenzioso di Phoenix sono quelli di sempre, ma l’attore, che aveva esplorato una trasformazione fisica già ai tempi del mockumentary su se stesso I’m stille here (che però a dispetto del titolo paurosamente simile non c’entra nulla, chiarisce subito Phoenix sghignazzando) pare anche più sereno e a suo agio del solito e di tanto in tanto si concede pure qualche siparietto.
«Non so granché su com’è nato il mio personaggio e non saprei spiegarlo esattamente – esordisce l’interprete americano parlando alla stampa riunita all’Hotel de Russie, a due passi da Piazza del Popolo – Sono partito dalla sceneggiatura e poi ci sono state infinite chiacchiere con Lynne, che sembravano procedere come un labirinto pieno di meandri che non portavano da nessuna parte, anche se qua e là comparivano delle idee utili per il personaggio. Ho preso coscienza immediatamente del dover mettere su chili, ma non so esattamente perché. Tutto quello che fai ti lascia un segno, ma che tipo di segno non ve lo so dire. Probabilmente questo personaggio non l’ho accettato davvero fino a metà delle riprese». 
«Ho studiato molto il cervello dei bambini in età infantile e come i traumi si ripercuotono su di loro in quella fase della vita così misteriosa – aggiunge Phoenix – un aspetto interessantissimo, perché il cervello poi si muove nel mondo. Ci siamo resi conto che, per via di quello che aveva subito il mio personaggio, non poteva ragionare sulle sue azioni. Lynne mi mandava anche degli audio con dei fuochi d’artificio, perché è quello che Joe, secondo lei, sente nel cervello Joe. Mi hanno aiutato molto a capire». 
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L’ammirazione di Phoenix per la sua regista Lynne Ramsay, invece, è palpabile (a suggerirgli di lavorare con lei è stato il direttore della fotografia Darius Khondji, che ha lavorato con Phoenix per C’era una volta a New York di James Gray e Irrational Man di Woody Allen). «Oggi siamo ad abituati ad assistere a film spettacolari come quelli della Marvel, a me però piace fare film dove musica, recitazione e montaggio si uniscono in qualcosa di particolare. Il libro di Jonathan Ames è stato un punto di partenza, ma ho cambiato il finale, il rapporto con la madre, che ho ampliato, e altri aspetti. La sceneggiatura si è evoluta e accresciuta strada facendo, col contributo del direttore della scenografia, dello scenografo e anche di Joaquin, che ha cominciato a interessarsi e a operare la sua trasformazione fisica fin da subito. Questo è un film d’azione che diventa uno studio su un personaggio anche a costo di abbandonare il genere, mi piace sviscerare i personaggi complessi e forse ho bisogno io di uno psicologo!».
«Non capisco perché ai registi fate le domande sul film e agli attori quelle sui genitori! – sbotta a questo punto Joaquin tra il serio e il faceto – I miei mi dicevano semplicemente: non fare agli altri ciò che non vorresti venisse fatto a te e segui la tua cazzo di verità. Ecco, magari cazzo non lo dicevano, ma a me piace mettercelo! C’è una parte di bontà in Joe, qualcosa di cui forse non sono stato consapevole fin dall’inizio, ma era qualcosa che Lynne sapeva. Volevamo mostrare entrambi i lati di questo personaggio: non solo la parte cattiva ma anche quella buona, di un uomo alla ricerca continua della pace della mente che si va a ficcare in situazioni pericolose. Nel rapporto con la madre, invece, volevamo far emergere la tenerezza ma anche la frustrazione del prendersi cura di una persona vecchia e malata».

«Ho scritto questa sceneggiatura a Santorini, in un silenzio quasi totale – precisa la Ramsay, sollecitata su questo aspetto – Mi piace ascoltare solo il rumore delle cose quando scrivo e la musica di Jonny Greenwood (il chitarrista dei Radiohead, ndr) è diventata quasi un personaggio all’interno del film: quando sembra che tu ti debba aspettare qualcosa e poi ti porta sempre da un’altra parte». Phoenix, invece, si è fronteggiato con l’aspetto sonoro del film, che pure è molto rivelante, da una prospettiva più defilata: «La musica non l’ho ascoltata prima e a dire il vero nemmeno adesso l’ho ancora fatto, a parte i titoli di coda! In effetti è raro che un attore senta le musiche prima di filmare, perché vengono scritte dopo il girato. Lynne mi ha invitato a tenere presente i suoni di New York, oltre a quello del martello che uso per sfasciare qualsiasi cosa nel film: ci ho vissuto in passato, adesso non ci vivo più e avevo dimenticato cosa volesse dire».
E il progetto sul Joker di Todd Phillips, prodotto da Martin Scorsese, che fine ha fatto? Phoenix a tal proposito svicola, elude, glissa, non si scompone affatto e non rilascia né fa trapelare indizi di alcun tipo, spostando ancora una volta il focus sulla Ramsay, anche quando la sua possibile interpretazione nei panni del nemico numero di Batman gli viene esplicitamente citata. «Io non sono abituato a dire sì e no a una produzione a seconda dei soldi che ci sono in ballo. Dico sì o no in base alle persone coinvolte. Se Lynne volesse fare un film da 300 milioni di dollari sarei curioso di parteciparvi! Mi interessano la sostanza, le persone. So che per Lynne è stato difficile fare questo film ma la ringrazio di avermi portato con lei a bordo, io in cambio le ho donato settanta ore di cacca che lei ha dovuto passare al setaccio!».
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Parlandoci più da vicino in sede di roundtable intorno a un tavolo, Phoenix dà infine l’idea di avere abbastanza a cuore le molteplici sfaccettature di questo personaggio notevolmente complesso dal punto di vista psicologico, anche in virtù della forte componente fantasmatica e post-traumatica della sua personalità: «Joe mi permetteva di  esplorare i diversi lati dell’essere uomo: la mascolinità, assetata di potere, viziosa, fa capolino ed è sempre presente. Ma accanto a questo c’è anche la sua tenerezza, che vuole essere parte di un cambiamento, anche se in un vortice dove è difficile stabilire cosa è reale e cosa no. In noi c’era anche l’idea di lasciare che il film dettasse da solo quello che voleva essere. Strada facendo».
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