Juliette tra gli Orsi di Berlino

Si avvia al rush finale la 69. Berlinale. Abbiamo incontrato la presidente della giuria Juliette Binoche in una breve pausa dai suoi impegni per un primo bilancio, e qualche riflessione.
La Berlinale non è così glamour come Cannes e Venezia, piuttosto un festival di lavoro. È un vantaggio o uno svantaggio?
“Lavoro e glamour non si escludono a vicenda. Il tappeto rosso è lungo a Cannes, ma non bisogna farsi ingannare. A Cannes si sta lavorando già a pieno regime! Mi piace la serietà dei tedeschi quando si occupano di arte. E mi piace essere nel paese che ha prodotto tanti pionieri dell’arte cinematografica e grandi filosofi e musicisti. Confrontarsi con l’arte in Germania è una sfida. Inoltre ho girato molte volte a Berlino, e mi piace la città, i mondi che qui si incontrano, la natura intorno a Berlino, le fitte foreste, ha qualcosa di molto rassicurante”.
Dopo il dibattito #MeToo insieme a colleghe e colleghi e registi ha firmato su Le Monde un manifesto per un trattamento più equo delle donne nel mondo del cinema, salari migliori e una assegnazione più equa dei premi cinematografici.
“Penso che il movimento #MeToo fosse necessario, così come lo era il movimento femminista degli anni ’70, e non abbiamo ancora finito. Penso che ci sia ancora una specie di razzismo contro le donne”.
C’è qualcosa che è cambiato nell’industria del cinema, quasi un anno e mezzo dopo #MeToo?
“In ogni caso, ci sono più donne registe in Francia oggi. E nella selezione della competizione della Berlinale, quest’anno, 7 film su 17 sono di donne. E perché sono dei bei film, non perché solamente diretti da donne registe”.
Uno dei suoi prossimi film è basato su un libro di successo del giornalista francese Florence Aubenas ed è ambientato nel milieu del movimento dei gilet gialli.
“Sì, è un progetto che mi sta molto a cuore, Florence non voleva che venisse tratto un film dal suo libro. L’ho incontrato più volte e alla fine ha cambiato idea, ma ad una condizione: Emmanuel Carrère doveva scrivere la sceneggiatura. Sono seguiti due anni di incontri e cene e, a un certo punto, il progetto è andato in porto”.
I “Gilets jaunes” stanno protestando per la dodicesima settimana consecutiva. Cosa ne pensa di questo movimento?
“Capisco le persone che manifestano, anche se sono rimasta scioccata dalle rivolte violente. Ma molti di loro si stanno ribellando perché non possono più vivere con il loro stipendio. Mia nonna lavorava come cucitrice poco pagata e cucinava. Mia madre doveva vivere con poco, come mio padre. So cosa sono le difficoltà finanziarie, l’ho vissuto io stessa all’inizio della mia carriera. Ho simpatia per i manifestanti, la rabbia che li mobilita è vera”.
Avrà 55 anni tra qualche settimana, l’età è un ostacolo per un’ attrice?“Ho avuto la fortuna di incontrare sceneggiatori che scrivono per tutte le donne. E sono fermamente convinta che non importa quanto il tuo viso sembri giovane, ma quanta energia emana”.
Nel suo nuovo film Celle que vous croyez, che è stato proiettato alla Berlinale, si parla di una donna che finge di avere 25 anni perché si sente abbandonata, non amata.
“È un film sull’età, sull’identità, sulla fiducia in sé stessi. Ma c’è qualcosa di profondamente liberatorio nell’età”
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