La profezia di Mister Washington

“Leggo la Bibbia ogni giorno, sebbene non sia un tipo religioso, sono spirituale: dalla pandemia confido usciremo più uniti, ma solo se avremo più cura del nostro prossimo. Altrimenti saremo tutti distrutti, del resto, sta già succedendo…”. Previsione o, meglio, profezia di Denzel Washington che con altri due attori premio Oscar, Rami Malek e Jared Leto è protagonista del thriller psicologico Fino all’ultimo indizio (The Little Things in originale), scritto e diretto da John Lee Hancock (The Blind Side, Saving Mr. Banks, The Founder) e, quando le sale riapriranno, distribuito da Warner Bros (negli Usa dal 29 gennaio sul grande schermo e HBO Max).

Washington interpreta il vice sceriffo della contea di Kern Joe “Deke” Deacon, che nell’ottobre del 1990 viene inviato a Los Angeles per un rapido incarico di raccolta di prove, ma non sarà così: viene coinvolto ufficiosamente dal sergente Jim Baxter (Malek) della Squadra Omicidi della contea di Los Angeles nella caccia al serial killer che sta terrorizzando la metropoli. Le indagini che si concentrano sul misterioso, se non inquietante, addetto alle consegne di elettrodomestici Albert Sparma (Leto) fanno affiorare il passato di Deke, in cui si celano segreti pericolosi.
Hancock lavora diffusamente sulla “fase indiziaria, giacché il terzo atto è quello che d’abitudine mi interessa meno: per quanto riguarda il genere, il poliziesco, ho dunque deciso di abbracciarlo e sovvertirlo insieme, oltrepassando la dinamica di poliziotto buono-poliziotto cattivo”.

La sceneggiatura l’ha scritta trent’anni fa, nel 1992, e da allora più di qualcosa è cambiato nell’audiovisivo: “Le investigazioni criminali, la scienza forense, allora non c’eravamo abituati, CSI e compagnia sarebbero arrivati più tardi: oggi si professano tutti esperti di forensic”. Ma lo script non è invecchiato, anzi, per Denzel è stato stimolo-risposta, ossia “page stage”, idem per Malek, “mi ci sono fiondato”, che evidenzia il tema della “colpevolezza che si tramuta in ossessione”, mentre Leto tende a riabilitare il suo Sparma: “Lo si vuole spaventoso e terrificante, ma io lo ritengo un lovable guy, con un profondo sense of humour. Un personaggio che mi richiedeva tante risposte, per fortuna John è stato una guida”.

Il regista parla di “sogno che si realizza, nel reclutare Washington”, loda le conversazioni sul set, “parlavamo delle scene per ore, non c’era spazio per le stronzate”, e l’entusiasmo è tale anche per il cast: Denzel individua la differenza tra Deke e gli altri poliziotti che ha interpretato in carriera nei “17 kili” che ha preso, Leto sconfessa l’ispirazione a “modelli o altre performances, all’emulazione ho preferito l’ambiguità, poggiandomi su letture, verbali dell’FBI. Ripeto, Albert mi ha incuriosito, non dà punti di riferimento, non ha connessioni, ti lascia con tante domande, e mi diverte come vede il mondo: è un uomo molto libero, poter stare in due scarpe è allettante”. Malek, viceversa, riflette sulla “saggezza e il grande istinto di Deke, e la sua fatica a stare in gabbia: incarna qualcosa di oscuro, ma il mio Jim aveva la necessità di portare questa persona nella sua vita, per provare a risolvere un difficile puzzle”.
Non avrebbe voluto, Leto, “tornare al lato oscuro che già tante volte ho esplorato nella mia carriera, ma non potevo dire di no al signor Washington e a Rami”, di cui loda da rockstar le performance canore quale Freddie Mercury in Bohemian Rhapsody: “Credetemi, ve lo dice uno che ha calcato più mille palchi, non è per niente facile quel che ha fatto!”.
Plaudendo allo score di Thomas Newman, “bellissimo, per lui è sempre character first”, John Lee Hancock prova a trovare qualcosa di buono nella pandemia, ovvero “la possibilità di avere a casa i miei figli, discutere con loro del mondo: una benedizione”, mentre Malek esalta “le relazioni, le connessioni: serve più qualità in tutto” e Leto ha compreso, “in questo periodo avverso e di sfida, quanto sono fortunato: provo tanta gratitudine per la mia vita: quando smetti di correre e realizzi che non sei inseguito dal lavoro, hai tempo per riflettere”.
 
 
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