La vita invisibile di Eurídice Gusmão, la recensione

Euridice (Carol Duarte) e Guida (Julia Stockler) sono due sorelle che crescono nella stessa famiglia rigida e conservatrice. Quando Guida fugge una notte per incontrare il suo amante, Euridice acconsente di reggerle il gioco. Guida però non farà ritorno, sceglierà di sposarsi all’estero e la lontananza tra le due sorelle diventerà presto un abisso insuperabile quando il padre di entrambe deciderà di eliminare la peccatrice Guida dalla memoria della famiglia, impedendole di avere qualunque contatto con sua sorella.
Opera brasiliana vincitrice della sezione Un Certain Regard all’ultimo Festival di Cannes, La vita invisibile di Eurídice Gusmão è un melodramma incandescente, di quelli capaci di scaldare legittimamente i cuori dei cinefili più irriducibili e accenderne l’entusiasmo. Siamo nella Rio de Janeiro del 1950 e il regista Karim Aïnouz, a partire dal romanzo di Martha Batalha Eurídice Gusmão che sognava la rivoluzione, edito in Italia da Feltrinelli, costruisce un racconto familiare ardente che travalica gli steccati dell’autorialità più intransigente. Per mescolarsi, in forme spurie e selvagge, con i codici del grande romanzo popolare e, va da sé, epistolare.
Il richiamo alla mitologia greca è evidente fin dal titolo, ma a decidere di sposare un marinaio e di seguirlo fino in terra ellenica non è Euridice ma Guida, che tornerà a casa abbandonata e incinta, esponendosi così alla ferocia cieca dell’odio paterno. Sullo sfondo c’è la società brasiliana del primo Dopoguerra, ma a guadagnare la ribalta troviamo una messa in scena e delle interpretazioni puntualmente surriscaldate, che nulla hanno a che fare, per fugare ogni dubbio, con la freddezza del racconto d’appendice.
Sono piuttosto addirittura febbricitanti, nei momenti in cui la temperatura sale fino al livello di ebollizione, nel loro lavorare a mani nude sulle zone d’ombra del romanticismo elargito a cuor leggero e del patriarcato ottuso, ai quali viene contrapposto con una certa brutalità il balsamo commovente di una solidarietà femminile consolidata visceralmente da un legame di sangue. Da una sorellanza che bagna gli occhi facendo il pieno di rimpianti, sogni recisi e valanghe di musica classica pregiatissima e scelta con estrema cura (passaggi al pianoforte con Liszt, Grieg e Chopin).
Si guarda evidentemente al cinema di Fassbinder, ma rispetto all’autore tedesco il pessimismo di fondo sulla condizione umana passa da uno studio dei corpi e degli istinti meno apocalittico e più aperto all’irruzione del pathos, del sentimento, alla malinconia della saudade sudamericana e di malesseri esistenziali attutiti e proprio per questo doppiamente struggenti, un po’ alla Wong Kar-wai, per intenderci. Gli uomini in scena, orgogliosamente fallici ma repellenti e puntualmente imbarazzanti, fanno tutti una pessima figura, mentre le due protagoniste, portatrici rispettivamente di caos e ordine, di fedeltà all’ordine precostituito del focolare e alla sua violenta e irresponsabile negazione, si cimentano con delle prove attoriali da tatuare nella memoria che risplendono a a più riprese della luce magnetica e tremolante dei loro personaggi.
Le loro presenze, una in levare l’altra in sottrazione in corrispondenza dei delicatissimi equilibri di una narrazione in ogni caso rovente e seducente, parlano entrambe la lingua di un erotismo complementare ma di segno opposto, più che mai indispensabile proprio perché estremo e non riconciliato anche quando imbarazzante (come il sesso peggiore del mondo o il mascara che cola in libertà, per rendere l’idea), al servizio di quello che fino a oggi è il film d’autore più affascinante dell’anno. Nelle cui pieghe, a voler vedere oltre i sintomi di superficie, non è difficile scorgere i fantasmi di un’utopia negata che investe un paese intero, oggi precipitato nell’era Bolsonaro, e ai quali La vita invisibile di Eurídice Gusmão oppone con vigore l’illusione dura a morire – infaticabile, indistruttibile – del Desiderio.
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