Lasciami andare: la recensione di loland10

“Lasciami andare” (2020) è l’ottavo lungometraggio del regista toscano Stefano Mordini.
Film di ambiente e di ambiente, di rapporti e di paure.
Nella Venezia che forse aspetti, con acqua alta, oscurità e ombre di studi tra fisica e psicofisica, reale e aldilà.
La morte nella città lagunare ha trovato sempre ogni sorta di gioco grigio e perverso. D’altronde ‘Morte a Venezia’ sembra quasi il manifesto costante di una città che vive di gloria, di destino e di fughe dallo scomparire.
Incipit: di corsa, di ansia, di attacchi. In poche battute, in un minutaggio breve, il regista, mentre scorrono i brevi titoli, si attacca al suo protagonista con una fotografia ombrosa e umida, discostante e tremante. Lo scopre alza il tono è la corsa, segue le piccole e i calli. Si dimena, articolando ogni brusco movimento.
Poi titolo in grande. E inizia la storia. Da una fuga o una folle corsa, ad una coppia che desidera un figlio.
Un parlare poco virtuoso, spezzettato e scosso. Ecco che lungo il film viene fuori una donna che acquista la vecchia casa dei coniugi Marco e Clara (separati).
Perla che telefona a Marco, che vuole incontrarlo, che perseguita la sua vita con Anita (sua attuale moglie). Strani presagi, strani sogni, il figlio di Perla dice di vedere qualcosa, di incontrare qualcuno nella cameretta di Leo, figlio di Marco morto a causa di un incidente. L’angoscia avanza e tutto ritorna in quel giorno triste. La ex moglie, Clara, viene a sapere. Un medium, un incontro, delle credenze vacillanti, il padre studioso di religioni orientali, l’amico professore di fisica che spiega il tempo…passato e futuro,….fino ad un epilogo in un certo senso senza veri ribaltamenti. Quasi salomonico, lo schermo nero è previsto quando arriva, niente botti e altro.

L’inchiesta personale di Marco appare farraginosa. Si fida di tutti e poi non si di nessuno. Il medium dice le parole giuste per il film: “Ho smesso perché…..tutti mi cercano….in malo modo”. “Non sono un ciarlatano”. Ecco che paiono tutti in parte ma qualcosa non torna per una storia che viene a galla e una città lagunare che vive in ‘acqua alta’. L’ingegnere Marco si dimena tra confusione interiore, credenze mai viste, il ricordo del figlio e l’assillo di un rimprovero. Ecco che le due donne, Clara e Anita, sono lì in soccorso ma nessuna sembra capire veramente. In una confessione che pare arrivare tardi.
Perla è la terza donna che crea scompiglio, quasi un’anima ammalata in un ricordo funesto tra le calli e le finestre ombrate di una città ‘allagata’. Il pupazzo di stoffa pare trovarsi in troppi luoghi: a casa, nel sogno e nel nuovo da ricostruire. La donna ‘americana’ in rovina tra le macerie di un bambino morto.
Ecco il punto il film si dimena tra essere chiacchiericcio su se stesso e indagine ‘didascalica’ di quello che non si vede. O meglio pare percepire in lontananza. Come sempre un piccolo doppio gioco (quasi prevedibile) dell’intrusa. O meglio del falso che si percepisce

Stefano Accorsi (Marco): recita di suo, con rilievo sul personaggio, si lascia ricordare; nei momenti di tensione con sbavature e non sempre con intensità.
Maya Sansa (Clara): tesa e lignea, sensibile e acerba.
Valeria Golino (Perla): è il suo ruolo quello più sciolto, la sua voce detta il (ritmo) film. Sembra posizionarsi come inquadrata da se stessa (le regie e gli spazi aiutano certamente); il personaggio di Perla è cameo a tono.
Fotografia di Luigi Martinucci (collaboratore del regista) il film nella parte migliore; sobriamente efficace, sottomessa e ingrigita, umida e tetra.
Regia di Stefano Mordini: ordinariamente decisa e didascalica-mente sonora.
Voto: 6- (**½) -cinema di misura-

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