L’epica della bontà secondo Trueba

Héctor Abad Gómez era un medico colombiano, professore universitario in prima linea per salvare le vite delle persone ai margini della società. Osteggiato dal potere, accusato di promuovere l’ideologia marxista, divenne attivista per i diritti umani, arrivando – ormai pensionato – alla candidatura per il comune di Medellín. Un impegno che gli costò la vita: nel 1987, infatti, fu trucidato dagli squadroni della morte in un agguato.
Marito amorevole e padre di sei figli, Héctor Abad Gómez è stato riscoperto grazie a El olvido che seremos, longseller scritto dall’unico figlio maschio, Héctor Abad Faciolince, che Fernando Trueba (Oscar per Belle époque) ha adattato per il grande schermo in un film presentato alla Festa del Cinema di Roma.
“Ho comprato il libro appena pubblicato – racconta Trueba – e mi ha talmente emozionato che l’ho regalato a molte persone. Non avrei mai immaginato di trasporlo: quando l’autore del libro e il produttore mi hanno chiamato, ho detto subito che non era possibile farne un film. Da ogni rigo del libro trapelava la verità del rapporto intimo tra padre e figlio: il cinema non può restituirla. Allora l’ho riletto e ho trovato un’angolazione cinematografica. Il primo attore a cui avevo pensato era Javier Cámara, anche se non è colombiano. Poi Hector, senza saperne niente, mi ha indicato Javier stesso come l’attore perfetto per interpretare suo padre”.
Presente a Roma con il regista, Cámara ha spiegato il suo approccio al personaggio: “Non sono colombiano, io e Fernando eravamo gli unici spagnoli in un film completamente colombiano. Il libro mi ha commosso profondamente: ruota intorno a questo personaggio che è l’unico a non esserci più dell’intera famiglia. Tutti gli altri membri sono ancora vivi e ognuno ha una diversa idea su di lui: ho dovuto unirle e farmene una personale, con rispetto, fedeltà ma anche libertà”.

El olvido que seremos è un film su un uomo buono: esiste qualche difficoltà nel raccontare la bontà e la sua epica? “Una volta dissi a Billy Wilder – rivela Trueba – che nei suoi film c’è sempre il tema della prostituzione intesa come qualcuno che si vende. Mi fece: ‘Fernando, la virtù non è fotogenica’. Ecco, con questo film ho voluto dimostrare che dobbiamo imparare a rendere la virtù fotogenica. Odio i racconti delle vite esemplari, ma questo è il racconto di un uomo coraggioso che ha dedicato ogni giorno della sua vita agli altri, cercando di garantire loro i beni fondamentali. Girando a Medellín, un uomo ci ha raccontato una cosa che ripeteva spesso Hector, cioè l’importanza per un uomo delle cinque A: acqua, aria, alimentazione, amore, affetto. Non era nel libro ma era un riassunto perfetto”.

“Javier – continua Trueba – ha compiuto un lavoro straordinario, non solo per quanto riguarda la lingua. Quando l’ha visto nei panni di Hector, la famiglia è rimasta scioccata per la somiglianza. Nel 95% delle foto, Hector fa una risata fragorosa: era l’allegria in persona. Il miglior attore del mondo non sa interpretare la gioia di vivere, che è una cosa congenita: Javier ce l’ha ed è un elemento più importante della somiglianza fisica”.
“C’era in lui – riflette Cámara – la consapevolezza di essere in pericolo, nonostante sembrava non gli importasse nulla. Aveva paura ma si mostrava indifferente: se dimostriamo di essere spaventati, diceva, la diamo vinta a loro”.
Il regista ha rivelato che, durante le riprese, alcuni familiari hanno fatto visita al set: “Cecilia, la moglie di Hector, oggi 95enne, è una donna incredibile. È venuta a trovarci il giorno in cui stavamo girando scena in cui vede marito per l’ultima volta prima dell’agguato. Patricia Tamayo, la meravigliosa attrice che la interpreta, era molto turbata, piangeva tanto, ma per  tutti turbati attori attrice piangeva ma per la vera Cecilia era molto importante essere lì. Anche la nipote, che quando Hector fu ucciso aveva un anno, ha assistito alla scena dell’omicidio e ci ha confessato che mentre la vedeva si era dimenticata che era un film con Javier Cámara”.
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