Nomadland e gli altri: il cinema americano “da Oscar” è cambiato per sempre?

Cosa ci dicono gli Academy Awards 2021 sullo stato di salute del cinema americano “da Oscar”? Davvero è ormai solo una questione di “politicamente corretto”, di temi scelti per valorizzare minoranze protette, di scelte conservative e di comodo? Da tempo alcuni commentatori non fanno che sottolineare un presunto conformismo delle produzioni, specie di quelle indipendenti, tacciate spesso di restituire un bon ton in miniatura dei mali del mondo anziché valorizzare sguardi propulsivi, radicali e di rottura: visioni che mettano in crisi come una volta, e non si limitino a restituire in bella copia ciò che già sappiamo della contemporaneità. 

Di sicuro il politically correct è una coperta ampia, sotto la quale si sta molto larghi, ma questo assunto vale forse a conti fatti più per gli osservatori da divano e maratona notturna che per i cineasti direttamente coinvolti. Perché le scorciatoie comunicative non sempre coincidono, in automatico, con l’efficacia delle storie cinematografiche, che in realtà sembrano trovare oggi nella presunta correttezza politica, o nell’eclettismo pop della sua trascrizione, non tanto una panacea quanto piuttosto un punto di convergenza sostenibile tra il blockbuster e l’arthouse, l’indie e il film di largo consumo.

Lo sa bene, chiaramente, per prima Chloé Zhao, che in Nomadland è riuscita già a trovare una sintesi tra i suoi esordi lontani dai riflettori e il futuro alle prese con la cosmogonia Marvel di Eternals. Lo ha fatto grazie a un film che si colloca esattamente a metà strada tra il suo passato e il suo futuro, trovando una piena e prematura consacrazione nella awards season più tradizionale.

Un equilibrismo simile vale anche per The Father (forse il film più potente e maiuscolo tra i candidati di quest’anno), che ci fa entrare nella mente affollata di fantasmi di un anziano malato di Alzheimer, trovando una sintesi mirabile tra la sensibilità da palcoscenico di un romanziere e autore di teatro del Vecchio Continente, il francese Florian Zeller, e la più alta forma di recitazione performativa all’americana: un contenitore retorico nel quale due dei più grandi attori viventi come Anthony Hopkins e Olivia Colman, padre e figlia nel film, hanno modo di giganteggiare e abbagliare dando fondo a tutte le loro qualità. 

Una sintesi di questo tipo anni fa sarebbe stata meno scontata e naturale. Prima che anche le vittorie agli Oscar cominciassero ad abbattere e indebolire i confini tra cinema popolare e cinema di ricerca, dimostrando quanto possa essere fallace e insidioso, specie in tempi così mutevoli e incerti, rintanarsi in uno o nell’altro steccato. Se due Leoni d’oro a Venezia e una Palma d’Oro a Cannes vincono tre edizioni degli Oscar sulle ultime sei, e se il cinema europeo o asiatico non è più confinato nella riserva indiana dell’ex Oscar al miglior film straniero, ora Oscar al miglior film internazionale, qualcosa vorrà pur dire. 

Si pensi alla “promozione” in chiave Oscar di due autori che avevano già frequentato i modelli produttivi del cinema americano prima di approdare alle statuette dorate come Bong Joon-ho e Thomas Vinterberg, a riprova della comunicazione sempre più fitta tra due blocchi della produzione cinematografica, Europa e America, tra i quali una volta era eretta una cortina di ferro invalicabile (non è un caso se, rimanendo all’Italia, la vittoria dell’Oscar sia riuscita negli ultimi vent’anni solo a Paolo Sorrentino). 

Tale frantumazione e polverizzazione delle barriere tra ciò che era il film da Oscar una volta e ciò che sembra essere diventato oggi da un lato potrebbe avallare un certo conformismo, ma dall’altro potrebbe incentivare, anche in ottica Oscar, la scelta di soggetti più intimi e raccolti. Un po’ come la cerimonia, stranissima, dell’ultima notte degli Oscar orchestrata dalla mano di Steven Soderbergh, con un’atmosfera da locale hollywoodiano anni ’20 sporcata dall’utilizzo costante della camera a mano e transizioni leggere tra stacchi, tavolini e acceptance speech senza limiti di tempo, anche a costo di mettere a dura prova la sopportazione a suon di prolissità a briglia sciolta. Non a caso il calo di spettatori rispetto al 2020 è stato da far tremare i polsi (-58% rispetto al 2020, con solo 9,85 milioni di americani sintonizzati) e dopotutto nessun cineasta come Soderbergh, autore dieci anni fa del profetico Contagion e nominato nel 2001 alla regia sia per Traffic che per Erin Brockovich (vincendo per il primo dei due film), ha saputo oscillare tra bolle di sperimentalismo tutte sue e parate all-star. 

In futuro, guardando il lato positivo della faccenda (o almeno provandoci), qualsiasi cineasta potrebbe aspirare a essere nominato all’Oscar anche girando un film come Nomadland, dalla troupe ridottissima, fatto sostanzialmente in famiglia (il direttore della fotografia Joshua James Richards è partner sentimentale e creativo di Chloé Zhao) e con un budget irrisorio rispetto agli standard relativamente contenuti del indipendente americano. Evidentemente è cambiato qualcosa, e non è più solo una questione di rappresentanza black e asian, di riscossa rispetto alla polemica #OscarSoWhite di qualche anno fa, di strane coppie come Brad Pitt e Youn Yuh-jung, l’irresistibile nonna di Minari, che diventano a sorpresa il duo della serata sul palco pur essendo stato proprio il divo a produrre un film americano parlato per il 70% coreano. 

Anni fa non era nemmeno scontato che l’audacia di certe parabole metaforiche, in grado di intercettare lo spirito dei tempi col furore horror e metaforico della fiaba pop, venissero premiate addirittura con la miglior sceneggiatura, uscendo da logiche autoreferenziali e schemini da Sundance in maniera così esplosiva e dinamitarda: la vittoria di Una donna promettente di Emerald Fennell come miglior sceneggiatura originale, che va a fare il paio evidentemente con quella di poco precedente di Jordan Peele e del suo Scappa – Get Out nel 2018, probabilmente è lì a dimostrarlo ed è un modello – produttivo, di sistema, di pensiero – che è lì per restare.

Foto: Searchlight Pictures; 20th Century Studios




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