Note di regia di “Satyagraha”

“A ciascuno di voi è riservata una persona speciale. Il vostro cuore l’ha già accolta
come parte di sé in altri luoghi e tempi. Avete cavalcato insieme negli eserciti di
condottieri dimenticati dalla storia, avete vissuto insieme nelle grotte ricoperte di
sabbia dei nostri antenati. Tra voi c’è un legame che attraversa i tempi dei tempi…”

Ho scelto di aprire il film con questa citazione, tratta dal primo capitolo del libro “Molte vite, un solo amore” di Brian Weiss, perché ritengo che riassuma l’essenza della trama e, al tempo stesso, prepari lo spettatore al viaggio tra luoghi ed epoche che seguirà.
Nel corso della mia ricerca artistica e spirituale, gli studi sulla reincarnazione mi hanno sempre affascinato, ho iniziato a interessarmene soprattutto dopo aver incontrato Aurelio Mejia Mesa, famoso ipnoterapeuta colombiano che segue le stesse teorie di Weiss, secondo il quale la regressione a vite precedenti è un metodo di conoscenza del sé molto antico che mira ad ottenere un ricongiungimento spirituale con la memoria della propria vita passata.
Secondo Weiss, inoltre, ognuno di noi, durante la sua esistenza, potrebbe incontrare e riconoscere un’anima con cui ha già condiviso altre vite. “Satyagraha”, che deriva dal sanscrito e significa “forza dell’amore” e “fermezza per la verità”, racconta il viaggio che un’anima compie, reincarnandosi attraverso i secoli, per ricongiungersi ad un’altra anima a cui è legata. Il racconto si muove su diversi piani narrativi, che si avvalgono di un simbolismo dal contenuto a volte enigmatico.
Un cortometraggio privo di dialogo, sostenuto solo dalla voce fuori campo della protagonista e da una colonna sonora originale, per condurre lo spettatore in punta di piedi nell’intimità dei personaggi, come a renderli testimoni dei loro silenziosi segreti.
Desideri repressi, danze liberatorie e momenti di autoerotismo diventano, dunque, specchio delle verità taciute di ogni essere umano.
Vite semplici, donate ad un amore che non può essere vissuto liberamente, s’intrecciano in un altrove senza tempo, sospeso tra la vita e la morte, ricreato attraverso inquadrature dal ritmo sospeso e dal carattere pittorico, scritte per immergere il pubblico in un’atmosfera onirica e poetica.

Simona De Simone “Nuanda Sheridan”




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