Ogni tuo respiro: Andrew Garfield paralizzato a letto nell’esordio alla regia di Andy Serkis. La recensione

Robin Cavendish (Andrew Garfield) è un avvocato britannico che a 28 anni contrae la poliomielite in Africa e si ritrova bloccato a letto, privo delle proprie potenzialità motorie, con un respiratore come unico sostegno per sopravvivere. La sua vita fisica, per sempre compromessa e totalmente estranea a ogni speranza di guarigione, non perderà però l’affetto di coloro che gli stanno intorno, a cominciare dalla moglie Diana (Claire Foy), che darà tutta se stessa per far sì che il marito viva al meglio, si fa per dire, la sua condizione. Anche se l’aspettativa di vita di Robert è tutt’altro che ampia…
Breathe, tradotto in italiano col più empatico e lacrimevole Ogni tuo respiro, è l’esordio alla regia dell’interprete Andy Serkis, non un attore qualunque ma il genio mimico e recitativo che sta dietro le creature in performance capture più iconiche di sempre, dal Gollum de Il signore degli anelli al più recente Cesare della saga de Il pianeta delle scimmie passando per il King Kong di Peter Jackson.
Per il suo passaggio dietro la macchina da presa Serkis ha scelto la vicenda d’impatto di un uomo che ha resistito più del previsto a un handicap fisico gravissimo, facendone una questione di resistenza emotiva ancor prima che corporale. Una resilienza che il film prova a far sua, perché solo lo spirito e la tempra morale, in simili, estreme situazioni, può permettere all’interiorità di uomo di sollevarsi al di sopra dei limiti che una tragica e vincolante fatalità gli ha imposto.
L’adattamento cinematografico di una simile storia si esponeva, in partenza, a ogni tipo di ricatto allo spettatore sul versante della commozione, in stile La teoria del tutto. Perché la menomazione o la deficienza del protagonista è una scorciatoia sempre a buon mercato, attraverso la quale dettare e veicolare tempi e modi dell’immedesimazione.
Serkis però si dimostra ben più intelligente della confezione da biopic patinato cui ricorre, incentrato sul pathos sempre a fior di lacrima di un amore coniugale che supera ogni confine. Quasi inconsciamente, da attore abituato a ricorrere pur sempre al filtro di una mediazione digitale per dar vita alle proprie incarnazioni, sembra spostare più volte il vero focus dalla disabilità di Robin alla macchina che lo assiste, in una riflessione sull’oggettivizzazione della malattia che è più sottile e marcata della media delle produzioni analoghe.
Gli elementi di retorica di sicuro non mancano, alcuni sono anche decisamente legittimi (il film è ispirato alla vera storia dei genitori del produttore Jonathan Cavendish) e le interpretazioni, per quanto alle prese con delle facili trappole da cinema del dolore, reggono bene: sia Garfield, che quando può ha il pregio di giocare di rimessa, sia la sempre brava Claire Foy di The Crown, intensa ma non per questo enfatica. A loro si devono le maggiori tracce di verosimiglianza che costellano quest’inno alla vita che per fortuna, oltre alla monodimensionalità dei tratti più melensi, ricorre anche all’ironia e alla misura, facendosi portavoce di un accorato ma non sensazionalistico approccio al tema del fine vita.

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