Pieces of a Woman: la recensione del film con Vanessa Kirby e Shia LaBeouf

Martha (Vanessa Kirby) e Sean (Shia LaBeouf) stanno per avere un bambino e hanno deciso per il parto in casa. Quando le doglie cominciano, chiamano l’ostetrica di fiducia che manda però una collega: inizia un travaglio difficile, la bimba nasce, ma muore subito dopo. Martha e Sean devono affrontare la devastante elaborazione di un lutto incomprensibile, ognuno rispondendo a suo modo alla necessità di dare un senso alla tragedia. La madre (Ellen Burstyn) di Martha, ebrea nata nell’Ungheria dell’Olocausto, ha bisogno di trovare un colpevole nella figura dell’ostetrica, e cerca di convincere la figlia a denunciarla. Sean ricade nell’alcolismo e vorrebbe cambiare aria, mettere del tempo e dello spazio fra loro e il dramma. Martha, invece, vuole donare il corpo della bambina alla scienza, quasi per prolungarne l’esistenza. Poi rimuove quel che è accaduto, smantellando la camera della figlia, chiudendosi in se stessa. La soluzione non è una sola, ma forse sarà proprio la madre mancata a trovarla, accettando che nella vita, semplicemente, non tutto può avere una risposta.

Pieces of a Woman è una storia autobiografica. Kornél Mundruczó, uno dei registi ungheresi più richiesti e premiati dai festival internazionali, l’ha scritta insieme alla compagna Kata Weber rielaborando la personale tragedia della perdita del figlio appena nato, e la devastazione che il dolore può portare in una coppia. Se finora quello di Mundruczó è stato un cinema di emozioni private che si scontrano con le regole sociali, fra apologo e sprazzi surreali, come la rivolta di cani meticci abbandonati in White God (premio Un Certain Regard al Festival di Cannes) o il profugo che scopre di poter volare in Una luna chiamata Europa, in questo suo primo film in lingua inglese il regista cambia tono e pare conformarsi di più ai canoni del dramma borghese americano. In alcuni momenti ci riesce meglio, in altri sembra restare indeciso sulla strada da imboccare, fra pathos e rarefazione. Ma sono peccati perdonabili nel complesso di un film che, comunque, riesce a mettere in forma una materia incandescente.

Di certo resta memorabile il lungo e dilaniante piano sequenza iniziale del parto, con la macchina da presa attaccata a visi e corpi, che toglie letteralmente il fiato. All’ultima Mostra del cinema di Venezia è stata assegnata la Coppa Volpi femminile all’interpretazione di Vanessa Kirby, la principessa Margaret di The Crown, “donna in pezzi” nella sua prova d’attrice più magistrale.

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