Sono tornato, il regista Luca Miniero: «Il mio Mussolini risveglia il populismo dell’Italia di oggi»

Non potrebbe esserci luogo migliore del teatro di Villa Torlonia, residenza ufficiale di Benito Mussolini, oggi aperta al pubblico e affacciata su Via Nomentana a Roma, per ospitare la conferenza stampa di Sono tornato (nelle sale dal 1° febbraio), la nuova, scatenata e sarcastica commedia di Luca Miniero (Benvenuti al Sud, Benvenuti al Nord, Un boss in salotto), che immagina un ritorno del dittatore fascista nell’Italia di oggi, non senza qualche esilarante stoccata al nostro presente mediatico e politico, tra il cinico e il sulfureo.
Un piccolo scrigno d’arte e di classicità, di dipinti e di preziose minuzie architettoniche, incastonato al centro di quello che fu un luogo chiave per il dittatore fascista. Ed è proprio al cospetto del teatro che si radunano i protagonisti dell’operazione, remake di una commedia tedesca di David Wnendt del 2015, Lui è tornato, che aveva raccontato con enorme successo di pubblico il riapparire di Hitler nella Germania contemporanea: un chiave fantasy che anche in quel caso dimostrava intenti assai affilati. 
Accanto al moderatore, il giornalista Sky Francesco Castelnuovo, ci sono il regista Miniero, lo sceneggiatore Nicola Guaglianone, sempre più la penna di punta del nostro cinema dopo le collaborazioni con Mainetti, Verdone, Ficarra e Picone, i protagonisti Massimo Popolizio, che fa rivivere Mussolini con la sua possente mimesi attoriale, e Frank Matano, che presta il volto e la sua inconfondibile voce allo scalcinato e ingenuo documentarista Andrea Canaletti, che si imbatte nel Duce redivivo e decide di fare un film su di lui: un doc che lo tiri fuori dalla mediocrità in cui si arrabatta.
«Mussolini che torna fa paura non perché riporta il fascismo in Italia, visto che l’Italia di oggi è piena di movimenti para-fascisti – chiosa Miniero –  il problema è che risveglia il populismo interno all’Italia di oggi e che i media non fanno altro che avallare». La silhouette di spalle del Duce, che si staglia minacciosa e statuaria sul poster del film, non è dunque il cuore esclusivo del film, che guarda a qualcosa di più ampio: agli italiani di oggi.
«Di sicuro è un film che parla di noi – asserisce lo sceneggiatore Nicola Guaglianone – con Luca, mentre scrivevamo ci eravamo stampati in stanza una frase di David Mamet che dice: non esiste una seconda chance, esiste solo la possibilità di fare un errore due volte. Non vado mai sul set, non so mai dove mettermi, inciampo nei fili, si creano delle famiglie e io mi sento un estraneo. Stavolta sono andato sul set a Milano, per la scena dell’intervista con Alessandro Cattelan. Il pubblico non sapeva si stesse girando un film e alla fine è finita con la gente a farsi i selfie e a urlare viva il Duce. Un personaggio così ci mette di fronte alle nostre mostruosità: non è Mussolini che fa paura, siamo noi che facciamo paura e abbiamo voluto rappresentare ciò lungo il nostro racconto cinematografico».
Miniero, dal canto suo, ci tiene a marcare le differenze con l’analogo film tedesco. «La lavorazione è stata lunga anche se non quanto quella del film tedesco, perché noi non siamo tedeschi, dopotutto! Non avevamo un demonio come Hitler tra le mani ma un para-demonio come Mussolini e non volevamo giudicarlo, né noi né Massimo Popolizio che l’ha interpretato, per rilevare le caratteristiche degli italiani tramite il filtro del Duce. Il film ti tira dentro, presenta un personaggio umano, ma allo stesso non è un’apologia del fascismo. Forse Mussolini ultimo atto di Lizzani è la vera ispirazione e di sicuro Mussolini ha fatto di peggio di quanto si possa vedere in un film, ma se avessimo detto ogni tre per due che è cattivo come fa il film tedesco non avremmo avuto spazio per parlare degli italiani attraverso la figura di Mussolini. Mussolini passa tra di noi, è uno di noi, fa parte del nostro paesaggio morale».
Guaglianone, a tal proposito, è sulla stessa linea del regista, all’insegna dell’approfondimento, degli interrogativi sull’icona che tirassero in ballo l’italianità in quanto tale, senza demonizzare un uomo che la storia ha già provveduto a condannare. «Abbiamo letto molto sull’argomento, come il libro della storica Luisa Passerini Mussolini immaginario, di grande interesse. Hitler è andato avanti con il concetto di razza, Mussolini invece con argomentazioni più legate alla patria, all’italianità. La grande lezione della commedia all’italiana è quella di non fare un film ideologico, di non giudicare da uno scranno ma mettersi dall’altra parte rispetto a qualsiasi personaggio, pensando che i suoi vizi sono i nostri, con sceneggiatori come Benvenuti e De Bernardi e Age & Scarpelli Sordi non andava ad accarezzare i bambini, ma gli dava uno scappellotto da da dietro».
«Il fantasma di Mussolini gira nelle campagne elettorali, ne sentiamo parlare spesso per via del populismo e del suo modo di usare i media – continua Miniero – Non c’é da noi il tabù con conseguente, totale rimozione che c’è stato in Germania su Hitler e questo traccia una differenza tra il nostro film e quello tedesco: doveva essere una differenza penalizzante, invece secondo me è diventato il punto di forza del film. Come i nostri politici il nostro Mussolini declama ma in fondo non fa niente, non propone nulla, il suo è populismo puro e semplice. A Predappio non abbiamo girato perché ci sembra un po’ troppo una città museo, mentre Alessandra Mussolini ha visto il film, si è divertita e soprattutto non si è offesa…».
Il taglio dell’operazione sembra aver trovato d’accordo tutti, con una progettualità comune che non può che aver giovato all’esito finale del film. La pensa in maniera analoga, infatti, anche il protagonista Massimo Popolizio: «Hitler in Germania è un tabù, non viene mai imitato, mentre da noi noi persino quello che suonava il piano al Maurizio Costanzo Show (Franco Bracardi, ndr) echeggiava Mussolini e piuttosto col Duce ci facciamo i selfie. La trappola, per me, era  quella di fare una macchietta, Rod Steiger nel film di Lizzani era straordinario ed è stato un mio modello, ma lì c’era un personaggio vero in un film storico, qui invece abbiamo un personaggio reale in un contesto assurdo. Col trucco abbiamo giocato in sottrazione, togliendo ogni orpello. Scherzando, dicevo: ma perché non l’avete fatto fare a Zingaretti o Crozza? In realtà io sono mai cosa fare esattamente quando recito, ciò che va fatto che si inserisce naturalmente tra le cose che so che non si devono fare. Non l’ho giudicato, così come puoi giudicare Riccardo III che manda a morte i bambini, se ti ritrovi a interpretarlo, o se reciti nei panni di un pedofilo».
Frank Matano, dal canto suo, nel film ha un ruolo importantissimo per l’evolversi della vicenda: al giovane regista mediocre, dal piglio candido e svagato e tutt’altro che di successo interpretato dalla webstar spetta infatti il compito di intervistare le persone in giro per l’Italia, per dare corpo al film sul Duce che Andrea Canaletti, il suo personaggio, sta girando. «Nelle candid camera dal vero che abbiamo girato, all’inizio le persone ridevano, perché c’è bisogno di quei trenta secondi per agganciare la gente e tirarla dentro quando le fai, poi però lo sfogo era rivolto davvero a Mussolini! Si lasciavano andare, erano come delle sedute, non vedevano l’ora di parlare a lui e confessargli il loro rancore…Mio nonno aveva i suoi in casa ma lui come tante persone si sono dimenticati di cosa Mussolini ha fatto davvero. Volevo bene a mio nonno anche se esponeva queste statue, ma in giro ho notato una sorta di nostalgia di un tempo mai vissuto, con tante persone che non si rendono conto che la dittatura non può essere in nessun caso essere la soluzione…».

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