Strappare lungo i bordi: l’insostenibile leggerezza di un filo d’erba. La recensione

Se avete la sensazione che la vostra bolla social abbia perso la testa per la nuova serie Netflix di Zerocalcare, questa volta c’è un valido motivo. È il caso di mettere da parte ogni pregiudizio figlio delle tante volte in cui si è gridato al capolavoro, salvo poi rimanere delusi, e abbracciare una semplice e innocua verità: Strappare lungo i bordi è senza dubbio la serie più importante e di valore che potete (e dovete) vedere ora.

Dai primi episodi, mostrati in anteprima alla Festa del Cinema di Roma a metà ottobre (QUI la nostra recensione), si era già intuita e trova qui conferma l’enormità drammatica nascosta tra le pieghe del foglio sul quale Zerocalcare aveva iniziato a disegnare la sua storia. Un territorio conosciuto, per i suoi lettori, fatto di tableau vivant generazionali e ironia popolare, condivisa e collettiva, nei quali si muovono l’alter ego dello scrittore Michele Rech, la sua coscienza impersonificata da un’armadillo e gli amici di una vita.

Il «tristone» per eccellenza racconta le sue paure e le sue ansie, figlie di una società e di un malessere che arrivano a far sentire su spalle troppo esili tutto il peso del mondo. Parla per sé ma anche per tutte quelle persone cresciute con l’inquietudine di doversi ritagliare urgentemente un posto, di seguire una fantomatica linea tratteggiata. La prima “lezione” di Zerocalcare è proprio questa: «Sei solo un filo d’erba in un prato. Non ti senti più leggero?». Ma non basta.

C’è infatti una seconda lezione lasciata in regalo da Strappare lungo i bordi e la dà il più impensabile dei personaggi: Michele Rech. Nell’intensissimo finale, infatti, viene meno la maschera dell’autore: resta la sua ironia, la sua espressione artistica estremamente riconoscibile e fedele a se stessa, ma ad un certo punto si ha di fronte un altro narratore. È facile riconoscere quel momento: è quello in cui la storia smette di essere raccontata solo dalla sua voce e i vari personaggi sin lì doppiati da lui si animano di una nuova pluralità di voci che ha un preciso scopo, toglierlo (e toglierci) dall’illusione di essere solo.

Zerocalcare/Rech rifiuta quell’idea di insostenibile leggerezza dell’essere descritta da Milan Kundera nel suo romanzo: per lo scrittore ceco ciò che si verifica una sola volta nella vita è come se non fosse accaduto mai (Einmal ist Keinmal, dicono i tedeschi) e quindi ogni scelta diventa di per sé irrilevante. Un’idea che sulla carta si sposa bene con la condizione ontologica di un filo d’erba, ma non è così: perché le scelte fatte (o non fatte) possono tramutarsi in sensi di colpa anch’essi irripetibili ma non per questo irrilevanti e mai accaduti. Al contrario, sono immanenti, eternamente incisi nella carne come cicatrici che dobbiamo portarci dentro. Vale per Michele e Alice, come per le storie di ognuno di noi, empatici spettatori del suo dolore.

Che cosa siamo, quindi? Fili d’erba, sì, ma anche «sopravvissuti imperfetti, pieni di cicatrici», cinture nere di schivare la vita alle prese con l’eterno dilemma sul chi essere e sul come esserci (per noi e per gli altri). Forse non lo capiremo mai, ma avere qualcuno come Zerocalcare e Michele Rech a ricordarci che quella domanda esiste e aleggia sulle nostre tentennanti esistenze, è un viatico: la brezza leggera che ci fa sentire, per una volta, davvero in pace con l’idea di essere tutti niente più che fili d’erba in un prato.




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