Torino Film Festival 2020, le recensioni. Prima parte

Il Torino Film Festival è un appuntamento molto atteso da tanti cinefili italiani, ma quest’anno l’innalzamento della curva dei contagi ha impedito che la nuova edizione, la prima col nuovo direttore artistico Stefano Francia di Celle, potesse svolgersi in presenza e all’ombra della Mole. Se in principio si era valutata l’opzione che il 38° TFF si svolgesse in forma ibrida, alla fine si è dovuto forzatamente optare per un’edizione integralmente online (con l’intero cartellone ospitato su MyMovies.it), togliendo dunque all’evento quella dimensione metropolitana e aggregativa che, in un festival da sempre molto urbano e legato alla città come quello sabaudo, è una delle componenti essenziali.

Se la fruizione in streaming “opacizza” l’esperienza di visione rispetto al grande schermo, frammentandola e disperdendola nella quotidianità dell’isolamento domestico, è anche vero che questa possibilità, coi tempi che corrono, più che un surrogato somiglia all’unica forma di resistenza e attaccamento al prodotto cinematografico (anche quello festivaliero), che in compenso si ritrova investito dell’opportunità di arrivare a molte più persone del solito rispetto ai semplici e affezionati frequentatori “in presenza”.

Di seguito vi proponiamo i nostri primi dispacci e appunti di visione dal TFF, con cinque recensioni cui seguiranno ulteriori articoli analoghi nei prossimi giorni, tra pareri a caldo e impressioni in volata un film dopo l’altro. In quest’articolo iniziale passiamo dal concorso, dedicato come sempre a opere prime, seconde ed eccezionalmente terze, e alla sezione Le stanze di Rol, che promette di essere prodiga di sorprese spiazzanti, curiose e da tenere d’occhio per i fan dell’horror contemporaneo più originale e interessante e gli amanti del cinema di genere tout court. 

THE EVENING HOUR (USA, 2020) – CONCORSO TORINO 38
di Braden King
con Kerry Bishé, Stacy Martin, Cosmo Jarvis, Lili Taylor.
drammatico
voto: 2/5

Una routine grigia e plumbea in quel di Dove Creek, cittadina mineraria in West Virginia (la proverbiale America profonda), un giovane uomo, Cole Freeman, tormentato da spettri personali di varia natura (l’assenza della madre, in primis) e invischiato in un legame sempre più faticoso con la fidanzata Charlotte, interpretata da Stacy Martin, mentre smercia medicine illegalmente. Il film di Braden King, che per il suo secondo lungometraggio ha scelto di adattare l’omonimo romanzo di Carter Sickels, è il classico noir della provincia a stelle e strisce di scuola Sundance, talmente canonico da somigliare a una collezione di tanti sbiaditi prototipi del genere che lo spettatore più avvezzo a tanto cinema indie conosce già a memoria: siamo dalle parti dell’America più sdrucita e maledetta, ma con uno strisciante sentimento di vacuità più proprio delle generazioni dai millennials in poi. L’inconsistenza, però, è soprattutto dei dialoghi, tra versi biblici e quintali di droga e disagio proposti un po’ a bella posa e senza andare per il sottile. Fa un po’ meglio la fotografia di Declan Quinn, collaboratore di lungo corso di Jonathan Demme, che nel tratteggio nitido di una luce così smorta e disperata avrebbe però meritato miglior sorte.

LAS NIÑAS (Spagna, 2020) – CONCORSO TORINO 38
di Pilar Palomerocon Natalia de Molina, Carlota Gurpegui, Andrea Fandos
drammaticovoto: 3,5/5

Coming of age spagnolo graziato da uno sguardo sulla giovinezza di rara eleganza e sensibilità, l’esordio alla regia di Pilar Palomero è uno di quei film “da festival” che riescono nell’impresa di rinverdire i paradigmi di un intero genere (oggi fin troppo abusato) grazie a uno sguardo epidermico, dove ogni scena ha in bocca il sapore della verità e la naturalezza affiora sulla nuda pelle, improvvisa e non richiesta. Il gruppo di giovanissime attrici, tutte bravissime, ha un feeling istantaneo e ricambiato con la macchina da presa e per chi guarda è difficile rimanere immune a un magnetismo che va sempre di pari passo con l’esplorazione in punta di piedi della pre-adolescenza: i canti sono silenziati per abbandonarsi allo stupore dei volti, le prime sigarette sono incorniciate da rossetti accesissimi, i condom sono oggetti misteriosi e repellenti, il sogno di spaventare le suore va a braccetto con l’ingenuità tremante di un corpo che cambia e che tentenna di fronte alle proprie trasformazioni. Tanto ballando in discoteca quanto guardandosi allo specchio, a risplendere è sempre e comunque l’incanto terribile (e irripetibile) delle prime volte. Il film è ambientato, nello specifico, a Saragozza, nella Spagna dell’Expo e dei Giochi Olimpici del 1992 a Barcellona: la radiografia privata e matriarcale della società spagnola dell’epoca è tanto impeccabile quanto restituita attraverso poche, sfumate pennellate. E il minimalismo studiato del film, da par suo, non è mai irritante. 

SIN SEÑAS PARTICULARES (Messico, Spagna, 2020) – CONCORSO TORINO 38
di Fernanda Valadez
con Mercedes Hernández, David Illescas, Juan Jesús Varela
drammatico
voto: 2/5

Film di confini – in senso letterale, visto che siamo nel limbo tra Messico e Stati Uniti – l’esordio della regista messicana Fernanda Valadez muove da una premessa tragica (Magdalena non ha più notizie del figlio da quando, mesi prima, ha lasciato il Messico per andare negli USA), ma rimane indeciso se prediligere lo studio femminile di una madre in disarmo e il focus su un paesaggio collassato da colpe invisibili, che non trovano né diritto d’asilo né diretti responsabili morali. Il risultato è un piccolo film nobile nei contenuti ma calcolato ed eccessivamente pretenzioso nella forma, che accumula quadretti claustrofobici letargici e dal fiato cortissimo: dei vizi piuttosto comuni in certo cinema arthouse, ripiegato su stesso e incapace di uscire dai circuiti festivalieri. Con in più lo stampino e le scorciatoie di quegli esordi che mirano non scontentare nessuno e sono in realtà più striminziti di come vorrebbero sembrare.

THE DARK AND THE WICKED (USA, 2020) – LE STANZE DI ROL 
di Bryan Bertino
con Marin Ireland, Michael Abbott Jr., Xander Berkeley, Lynn Andrews, Julie Oliver-Touchstone
horror

voto: 3/5

Indicato da molti come uno degli horror più interessanti dell’anno, il film di Bertino si candida fin da subito a essere una delle visioni più angoscianti del TFF online di quest’anno. Le presenze soprannaturali ci sono ma non si vedono, sostituite da capre che sciamano in gruppo, squarci rurali raggelanti, dita mozzate per sbaglio mentre si pelano le cipolle, discorsi di preti che strizzano l’occhio alla post-verità e bandiere americane incorniciati da chiaroscuri molto esposti. In teoria manca quasi nulla rispetto al campionario dell’horror politico di oggi, eppure The Dark and the Wicked ha il merito di non strombazzare nulla e di insistere su un tema molto semplice: quanto schifo faccia la morte, e quanto sia disgustoso morire in solitudine. Potrebbe sembrare poco, ma a contare ovviamente non è il cosa ma il come: il film di Bertino, forte solo di due fratelli, una casa infestata dal maligno e una manciata di personaggi scarni ed essenziali, ribadisce questo assunto disperato con coscienza dei propri (pochi) mezzi e una tensione che, quando cede il passo all’orrore, lo fa senza scorciatoie né jump-cut. Con un passo calmo, un po’ sacrale e un po’ mortifero a seconda delle situazioni, ma anche con un piglio a tratti fastidiosamente altisonante e anti-modaiolo. Pur senza gridare al miracolo (non siamo certo dalle parti di The Witch), c’è di che stupirsi. 

GUNDA (USA, Norvegia, 2020) – TFF/DOC – Fuori Concorso
di Victor Kossakovsky
documentario
voto: 3/5

Lavoro curioso e sorprendente, che racconta della vita quotidiana di un maiale e dei suoi “compagni di fattoria” (due mucche e un pollo con una zampa sola), Gunda è un documentario per cinefili duri e puri, che non offre alcun compromesso narrativo con lo spettatore (e quando lo fa, anzi, suona più banale e prevedibile), ma riesce nell’intento per certi versi “miracoloso” di umanizzare il mondo animale in maniera perfino sconcertante. I concetti di coscienza e volontà, ma anche il senso della maternità, la solitudine e il sentirsi spauriti rispetto a se stessi, sono temi che fa specie venire associati a dei non umani, eppure Gunda, attraverso una sinfonia – qua e là abbagliante, talvolta fumosa – di riprese in bianche e nero, riesce a rendere tutto questo possibile. Lo stile cadenzato ed estenuante potrebbe irritare una fetta cospicua di pubblico, ma per chi avrà la pazienza e il coraggio di dargli una possibilità in più il risultato finale potrebbe andare ben oltre un catalogo di belle immagini con una scrofa, i suoi cuccioli e i loro strambi “vicini”. Prodotto da Joaquin Phoenix, esponente di spicco della comunità vegana a Hollywood, Gunda è entrato anche nelle grazie di Paul Thomas Anderson, che ha commentato: “Somiglia più a una pozione magica che a un film”.

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