Tutti gli uomini di Victoria: il film francese che rifletteva in anticipo sul caso Weinstein

Victoria (Virginie Efira, ammirata di recente in Elle di Paul Verhoeven) è un avvocato dalla vita sessuale promiscua. Si divide tra lavoro e famiglia, ma la sua quotidianità è a dir poco intricata e turbolenta. Tra incontri casuali, un ex marito all’assalto del loro privato per trarne profitti commerciali a livello artistico e due giovani figlie sacrificate sull’altare della propria carriera professionale, non c’è davvero posto per un attimo di normalità nella vita di Victoria.
Dopo aver aperto la Semaine de la Critique a Cannes nel 2016, Tutti gli uomini di Victoria arriva nelle nostre sale in discreto ritardo ma con un tempismo che lo rende un’opera di sorprendente, pimpante e perfino scomoda attualità. Il film inizia infatti con un dialogo in cui s’insinua il sospetto di un probabile sexual harassment da parte della protagonista ai danni del suo baby sitter, giovane e di sesso maschile. Una scena a parti incredibilmente invertite, che rende la sequenza uno spiazzante e quasi sprezzante controcampo rispetto alle cronache di sessualità maschile predatoria degli ultimi mesi.
Tale risultato finale trascende naturalmente, a livello temporale, i confini e le volontà del film, ma il tono di questa scena è in realtà quello di tutto il film: una commedia acida e farsesca, sensuale e sulfurea, dove i discorsi di genere sono un campo di battaglia controverso e inquieto (maschile contro femminile, e viceversa) e la vitalità irrequieta e arruffata della protagonista, fascinosissima ma inevitabilmente respingente nei suoi eccessi e alti e bassi, è quella di tanto cinema francese aggrovigliato ma combattivo, capace di incidere sulle relazioni umane e sui rapporti di classe con una lucidità d’analisi e di introspezione psicologica che il pensiero medio del nostro cinema, alquanto regressivo, quasi sempre si sogna (qui, al colmo del paradosso, si canta Susanna di Adriano Celentano in un matrimonio).
Perché film come Tutti gli uomini di Victoria (5 nomination ai César, tra cui miglior film), diretto dalla brava Justine Triet che si era già fatta notare con quel gioiello insieme comico e politico che era La battaglia di Solferino, sono un inno a una spudoratezza intellettuale e fisica che i francesi maneggiano benissimo e dalla quale si può solo imparare, alla larga da ogni moralismo pruriginoso e  facilmente perbenista. Prerogative che riescono a dare a vicende come queste, piene di nevrosi intellettuali e altoborghesi, un valore paradigmatico e un acido piacere nel lavorare sulle implicazioni del corpo e dello spirito, dell’identità e dell’indipendenza, accresciute e insieme problematizzate dai tanti stimoli, spesso tutt’altro che pacificati, del mondo contemporaneo.
Il compiacimento tuttavia non manca di sicuro, visto che tutto il film è sospeso in maniera scaltra tra ludicità e cupezza, tra nitida insofferenza e quella vena surreale e un po’ animalesca di tanta commedia europea contemporanea truccata da cinema d’autore, che sulla scia dell’acclamato e sopravvalutato Vi presento Toni Erdmann non manca di ricorrere a bestie di ogni tipo (in questo caso abbiamo uno scimpanzé e un dalmata) e a forzature tutte di situazione.
In questo caso, però, c’è l’ambizione di un piccolo, grande ritratto particolare ma anche universale, che sappia unire profondità filosofica e consapevolezza corporea («Il piacere non ha niente a che vedere con il godimento») e allo stesso tempo rendere universali le proprie invettive nient’affatto gratuite (le persone che pensano che iniziando la frase con “al giorno d’oggi” saranno assolte sono, tra i tanti, i destinatari più riconoscibili e azzeccati).
Quello della Triet è un film dove si parla continuamente del concetto di testimonianza al cospetto di atti sessuali (molto prima di Weinstein, ma con pregnanza immutata) e si tocca con mano una disperazione che però non flirta mai col vittimismo acritico. Il processo che prende corpo all’interno del film, occupando massicciamente la scena nella seconda parte, ha il tono spiacevole e urgente di una resa dei conti necessaria, che invita a non sentirsi subissati dalle circostanze ma essere, ammirevolmente, parte attiva della loro gestione.
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