Uberto Pasolini presenta Nowhere Special

“Mi piace casa mia”, dice candidamente il piccolo Michael (Daniel Lamont) al suo papà John (James Norton). Non sa (“Meno sa e meglio è”) che purtroppo dovrà cambiare casa, ma soprattutto famiglia, perché suo padre sta per morire. S’intitola Nowhere Special e, come dice il regista Uberto Pasolini, “non è un film sulla morte, ma sull’amore e su come questo si esprime ovvero attraverso la curiosità e l’accettazione delle reciproche debolezze”.
Presentato in concorso nella sezione Orizzonti della 77° Mostra del Cinema di Venezia, dove è stato accolto con grande favore di pubblico e di critica, e poi a Roma, nella selezione Sintonie di Alice nella città, arriva finalmente dall’8 dicembre nelle sale distribuito da Lucky Red.
Scritto, prodotto e diretto da Uberto Pasolini, come il suo precedente Still Life (2013) anche questo film è nato per caso dopo aver letto un articolo su un giornale e si ispira a una storia vera.
“Lessi la storia di un padre malato terminale che cercava di trovare una nuova famiglia a cui affidare il figlio prima di morire- racconta-. L’articolo mi colpì subito e provai a capire cosa volesse dire vivere questi momenti. Ho contattato i servizi sociali che si erano occupati del caso e non mi hanno detto niente di più di quello che già avevo letto. Così ho deciso di raccontare questo giovane padre che aveva scelto di dedicarsi completamente ed esclusivamente alla crescita del suo bambino di quattro anni e di descrivere la forza della loro unione”.
Suggellano perfettamente questa unione il piccolo Daniel Lamont e l’attore britannico James Norton (tra i tanti film: Piccole donne). “Nella scelta del cast sono stato davvero fortunato- dice il regista-. Volevo trovare un bambino che non aveva mai recitato. Gli ho fatto scoprire giorno per giorno quello che doveva fare. Ho visto cento bambini tra i tre anni e mezzo e i quattro anni e mezzo a Belfast. Poi ho incontrato Daniel e l’ho scelto perché era un osservatore ed era molto silenzioso. Nella sceneggiatura ho un padre e un figlio che sono abbastanza introspettivi. Si osservano molto, ma non si parlano molto”.  Per lo stesso motivo ha scelto James Norton. “È un attore che comunica senza parlare e senza grandi momenti di recitazione, anche grazie alla sua fisicità, una vita interiore molto profonda. Era perfetto nel ruolo di questo padre senza amici e senza interlocutori. Ho scelto apposta di fargli fare il lavavetri perché è un mestiere che si può fare da soli senza colleghi. Insomma non volevo che ci fosse una spiegazione delle sue emozioni in forma di dialoghi. Daniel e James hanno passato molto tempo insieme prima delle riprese del film per rendere vero e credibile questo rapporto. Fra i due è nata una vera amicizia. Nel film abbiamo catturato una realtà, un vero affetto, una vera emotività. Infatti le scene più importanti non sono legate al montaggio, ma sono dei piani sequenza molto lunghi”.

Nowhere Special

Per raccontare al meglio questa storia il regista ha fatto delle ricerche per capire come funziona l’adozione in Inghilterra “sia dal punto di vista pratico che da quello emotivo”. Ma come si identifica una nuova famiglia? “Ho provato a ricreare il viaggio psicologico di questo padre dopo molte conversazioni con gente coinvolta nelle adozioni. Ho parlato a lungo con impiegati in agenzie, con famiglie in procinto di adottare e con persone che erano state adottate. Non avendo alcuna immaginazione ho rubato dalle vere storie e realtà i profili delle varie famiglie che poi sono quelle che il padre deve analizzare. Ho capito che ogni coppia e ogni single arriva alla decisione di adottare in modo diverso. Non c’è una regola. Può essere per una necessità personale o per il desiderio di far contento l’altro, per un sentimento di generosità viceversa di egoismo. Sono davvero tante le motivazioni”. Ma esiste la famiglia perfetta? “No, assolutamente – risponde-. Amo tutte le famiglie che il protagonista incontra lungo il suo percorso e sono convinto che ognuna avrebbe potuto offrire in modo differente una buona casa e vita al bambino. Certamente vite diverse l’una dall’altra”.
E infine conclude: “Il mio film non vuole assolutamente giudicare nessuna famiglia. Né vuole dare lezioni o risposte a un problema così difficile come quello che ho affrontato. Penso che il cinema non debba dare lezioni, ma condividere un viaggio, dei sentimenti, delle emozioni, dei dubbi”.
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