Una chiamata per il leone

Brando Quilici ha presentato il suo ultimo cortometraggio The Last Call alla Festa del Cinema di Roma 2016. Il celebre documentarista si schiera dalla parte dei leoni, e in poco più di 4 minuti cerca di sensibilizzare il pubblico sul loro rischio di estinzione. Ancora una volta il legame tra il regista e la natura si dimostra indissolubile.
Sig. Quilici, da dove nasce l’idea di The Last Call?Un importante industriale toscano, che lavora in Kenya, voleva attirare l’attenzione sui leoni. In questi anni, il loro numero è diminuito per colpa dell’uomo, e il rischio è che a breve non esisteranno più. Lui voleva far sentire l’importanza del tema e mi ha proposto di girare questo cortometraggio. L’idea era anche quella di organizzare un fundraising, e mandare il ricavato a una società chiamata Wildlife Direct, che si occupa di preservare le specie a rischio. La vera sfida è stata quella di girare qualcosa di non convenzionale. Di documentari sul “re della foresta” se ne vedono moltissimi in televisione, e il rischio di non essere originali era alto. Così abbiamo deciso di far parlare l’animale in prima persona, rendendolo umano.
Com’è stata la sua collaborazione con Panariello?È una fortuna che Panariello abbia accettato. L’argomento di The Last Call è negativo, e lui gli ha dato un tocco un po’ più spiritoso.
In quanto tempo bisognerebbe agire per salvare i leoni?Bisogna agire subito. Serve un programma di lunga durata, che cerchi di proteggere la vita dei leoni. In dieci anni potrebbero estinguersi, e a quel punto rimarrebbe solo qualche esemplare da vedere negli zoo. Non dobbiamo permetterlo: il tempo è poco e serve una soluzione.
Qual è il suo consiglio per cambiare questa situazione?Bisognerebbe evitare il contatto tra uomini e leoni. Per esempio, in Kenya basterebbe illuminare le recinzioni dei villaggi, dove ci sono mucche e capre. Loro sono predatori notturni, ma hanno paura delle luci. In questo modo si eliminerebbe il rischio che vengano uccisi da un colpo di fucile.
Ha in programma altri progetti?Con Medusa Film stiamo lavorando al seguito de Il mio amico Nanuk. Le riprese inizieranno a breve, e andremo sull’Himalaya per narrare la storia di due ragazzi che cercano di salvare una tigre. Anche Hugh Hudson, il regista di Momenti di gloria, ha accettato di prendere parte al progetto.
Da dove nasce la sua passione per il documentario?La passione è nata quando ero molto giovane. Amavo lo sport e mi piaceva rappresentare situazioni in cui Messner o Borg diventavano amici di un ragazzo. Quindi c’era una componente umana e una agonistica. Poi era un buon modo per nutrire il mio amore per la fotografia. I protagonisti del cinema della realtà compiono sempre qualche gesto straordinario, che è fantastico poter raccontare.
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