Una vita come Steve McQueen

Il 7 novembre del 1980, in una clinica messicana dov’era stato ricoverato per l’asportazione di un tumore allo stomaco, morì Steve McQueen. Aveva solo cinquant’anni ed era già una leggenda del cinema. Lo ricordiamo, nel quarantesimo anniversario della scomparsa, riproponendo il ritratto che gli dedicò la Rivista del Cinematografo.
 
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L’ultimo dei duri
di Pietro Pisarra (Rivista del Cinematografo, gennaio-febbraio 1981)
Autista di carri armati, garzone, venditore ambulante, barista, tassista, pugile (ma solo per un match) ed attore. «Ho imparato quasi tutti i mestieri immaginabili», ripeteva Steve McQueen, l’ultimo dei duri del cinema, di cui biografi improvvisati, ora che è morto, raccontano, non senza particolari romanzeschi, la storia.
In lui la filosofia tutta americana del “self made man” (quella, per intenderei, che consente ad un venditore di “peanuts” o ad un attore anche pessimo di diventare Presidente del più potente Paese occidentale e che considera come supremo regista il caso o la fortuna) aveva trovato un’ottima dimostrazione.
Ma il suo successo non è stato improvviso. Prima di sfondare, studiò recitazione, grazie all’incontro con Sandford Meisner, alla Hagen Berghof Dramatic School e, successivamente, all’Actor’s Studio di Strasberg, in quelle ”scuole”, cioè , che si sono rivelate come autentiche fucine di divi del teatro e del cinema degli anni sessanta e settanta.
Dopo alcuni lavori teatrali (sostituì, tra l’altro, Ben Gazzara a Broadway in Un cappello pieno di pioggia scritto da Michael Vincent Gatzo e l’interpretazione di un personaggio di un cacciatore di taglie di un serial televisivo dal titolo Wanted: dead or alive, al cinema arrivò con una timida apparizione in L’alibi era perfetto di Fritz Lang e una particina in Lassu qualcuno mi ama, biografia romanzata del puglie italo-americano Rocky Graziano, di Robert Wise, nel 1956.
Ma solo nel 1960, con I magnifici sette, remake in versione western de I sette samurai di Akira Kurosawa, realizzato da John Sturges, a cui seguì, nel 1963, La grande fuga (sempre di Sturges), Steve McQueen ebbe la consacrazione di divo dello schermo.
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