Unbelievable, non il solito crime drama – La recensione

Con l’arrivo dell’autunno parte anche la nuova stagione televisiva, se facciamo riferimento alla scansione del palinsesto tradizionale che va da settembre a maggio. In generale, il periodo che lega gli Emmy e i Golden Globe è quello in cui si concentra la maggiore quantità di uscite televisive e i grandi player come Netflix ne approfittano anno dopo anno per mostrare la propria potenza di fuoco con novità sempre più interessanti.
Tra le uscite di settembre Unbelievable è una di quelle che spicca maggiormente, sia per la qualità del racconto, sia per la rilevanza del cast (per quanto riguarda i ruoli principali come per quelli secondari), sia per il genere di riferimento. Stiamo parlando di un quality crime drama, ovvero un tipo di show pensato per catturare l’attenzione di un pubblico colto, istruito e abituato a vedere serie tv dall’esplicito valore culturale e dell’estetica affine a quella cinematografica. 
La storia parte da una giovane ragazza dal passato pieno di traumi che poco dopo i diciotto anni viene stuprata da un uomo che non riesce a riconoscere. Il confronto con la polizia è drammatico e l’instabilità psicofisica dovuta al tragico evento è cavalcata da investigatori completamente privi di empatia. Da quel momento in poi per lei sarà un inferno, perché al trauma subito si affianca il confronto con un mondo di cui ha paura e da cui si sente costantemente minacciata. 
Dopo qualche anno il caso viene preso in mano da due detective di sesso femminile le quali collegano l’accaduto a uno stupratore seriale che continua a mietere vittime. In otto episodi Unbelievable racconta non solo una storia fatta di violenze perpetrate da uomini ai danni di una serie di donne, ma ritrae anche personaggi femminili che non si arrendono e che rispondono a un mondo che le discrimina con determinazione e testa alta.
La miniserie è tratta da una storia vera pubblicata qualche anno fa su ProPublica ed è adattata con grande attenzione ai dettagli da un gruppo di autrici capaci di mettersi dalla parte delle vittime senza mai spettacolarizzare le vicende, senza mai ammantare il villain di quell’aura magnetica che spesso viene sviluppata in racconti del genere.
È proprio per questo che Unbelievable è una serie che cambia le regole del gioco, non tanto per il suo impianto registico (che non ha particolari guizzi ma si adatta al testo con grande rispetto e attenzione alla messa in evidenza delle psicologie dei personaggi) quanto per la capacità di prendere il crime drama contemporaneo, che quasi sempre è incentrato su corpi di donne brutalizzate, e cambiarne completamente la prospettiva narrativa, posizionando il punto di vista dalla parte delle donne e quindi facendo capire fin da subito che casi del genere vanno presi dannatamente sul serio.
Unbelievable è una serie spiccatamente femminista, ancor di più se si considera che si muove in un genere tradizionalmente caratterizzato da autori, attori, personaggi e punti di vista di sesso maschile. La femminilità dello sguardo, in questo caso, cambia radicalmente il modo in cui le vicende sono vengono raccontate, dimostrando che il problema non è tanto (o non è solo) nelle storie narrate ma nel come ce le hanno sempre fatte passare.
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