VENEZIA 74 – “La voce di Fantozzi”, tra Villaggio e il rag. Ugo

L’immagine conclusiva è quella di un Villaggio truccato da Pierrot. Cambia l’espressione, triste quella del personaggio francese e incazzata quella del comico genovese, ma la sostanza della maschera rimane la stessa. Perchè Pierrot e Fantozzi in fin dei conti hanno un destino in comune, quello del servo sciocco destinato a far ridere per le sue sfortune.

Così Mario Sesti dipinge uno dei massimi personaggi della comicità italiana del secolo scorso nel suo “La voce di Fantozzi”, presentato a Venezia all’interno della sezione “Classici”.

Come già fatto in alcuni precedenti lavori, Sesti abbandona la strada del tradizionale biopic, e per raccontare Villaggio e la sua “creatura” prova a ricostruirne e restituirne il gigantesco lascito artistico che ha segnato intere generazioni.

Numerose le interviste ad amici, familiari e colleghi, ma anche intellettuali e personalità della cultura, tutti folgorati da un antieroe dalle innumerevoli sfaccettature, perdente e malinconico, ma anche agressivo e a tratti disgustoso.

Una maschera, quella del ragionier Ugo Fantozzi, che dalla letteratura rimbalzò sul grande schermo, finendo per invadere il lessico italiano e influenzare il nostro immaginario comune, basti pensare all’aggettivo “fantozziano”, ai congiuntivi sbagliati, all’immagine della “nuvoletta” e alla “cagata pazzesca”.

Tanti gli stili adottati dall’autore, dall’animazione al fumetto, dalla lettura di testi alla messa in scena, ma quanto maggiormente colpisce ed emoziona sono i brevi momenti in cui lo stesso Villaggio si mette in gioco, e con lucidità mista a sconforto parla della morte, iniziando con tono scherzoso per finire con un crescendo di dramma. Riso e pianto, come nella migliore tradizione dei “Pagliacci”. Ma sta volta, nonostante quell’ora sia recentemente giunta, “la commedia (non) è finita” e forse, grazie all’eredità di risate intelligenti che ci ha lasciato Villaggio, non finirà mai.




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