Zack Snyder’s Justice League, le dimensioni contano. La recensione

Finalmente ci siamo. Tre anni e mezzo dopo, il film Justice League è tornato esattamente come l’avrebbe voluto Zack Snyder: una magniloquente versione estesa di quattro ore, che restituisce ai fan del regista (e a lui per primo) il riscatto e la rivalsa a lungo sognati e caldeggiati in rete dall’hashtag #ReleaseTheSnyderCut, cui avevano aderito, tra gli altri, anche Ben Affleck (Batman) e Gal Gadot (Wonder Woman). Del fallimentare cinecomic DC uscito al cinema nel 2017 e alla cui regia era subentrato Joss Whedon, tenendo solo il 10% (pare) del girato originale, non c’è praticamente traccia. Ed è un bene, chiaramente, ma anche il risarcimento migliore nel quale potesse sperare chi avesse a cuore la visione snyderiana originale, appena arrivata da noi su Sky e in America sulla piattaforma streaming HBO Max. 

Una questione di ambizioni, ma soprattutto di dimensioni, verrebbe da dire, visto che nel cinema di Snyder sono sempre le dimensioni a contare e a dettare legge. Tanto negli esiti più pacchiani e discutibili del passato quanto in questo sospirato Snyder Cut, che del suo tocco autoriale tanto discusso e controverso è il manifesto più puro e cristallino. Una rivendicazione di unicità estrema e senza ritorno, ma anche la consacrazione della sua maniera di intendere i supereroi come dei della mitologia greca. Creature vive eppure spesso vuotate della vita, demoni caricati di responsabilità terribili e mortifere e pertanto desiderosi, di tanto in tanto, di mescolarsi e confondersi tra le piccolezze degli uomini.

Lo Snyder Cut non è infatti solo un taglio di montaggio, un contenitore che accoglie al suo interno pietanze e sapori che ci erano stati negati (è costato 70 milioni ma Snyder, pronto a giurare di aver girato solo cinque minuti in più, ha rinunciato ad ulteriori compensi). È il manifesto preciso di un modo singolare di intendere il capitale narrativo ed estetico delle macchine spettacolari e commerciali che sono oggi i blockbuster tratti dai fumetti. È la rivendicazione di un pensiero, di uno statuto, di una vocazione nel pensare alle storie (e alle immagini!) su larga scala. Qualcosa che nel panorama contemporaneo è di Snyder e solo di Snyder, specie nella maniera in cui lui gestisce le cose e articola le forze in campo. 

Un approccio megalomane e senza compromessi che è l’unità di misura e il perimetro di tutto: un’ossessione generativa su larga scala che – da sola – produce senso e stupore. Diventa, da personale e privata, universale e collettiva. Crea la mitologia del regista resistente alle imposizioni dello studios: un supereroe egli stesso, il fabbro prometeico di un immaginario iperpop e bigger than life. 

Eppure, lo Snyder Cut a guardarlo bene non è poi così pop. È un film cupo, dilatato, drammatico e romantico nella maniera più fosca ed estenuante possibile, ma è proprio questa la sua forza. Non somiglia a niente, o comunque somiglia a pochissimo d’altro: riesce nell’impresa, ad esempio, di abbinare i sentimenti dei personaggi, anche i più inconfessabili o quelli che tagliano in due le loro viscere per la paura e il senso di inadeguatezza, a un senso dello spettacolo immane e pachidermico.

L’incipit riannoda il filo da Batman vs. Superman, facendo dell’urlo di Clark Kent in ralenti una dichiarazione d’intenti immediatamente titanica. Se il vecchio Justice League scimmiottava malamente l’armonia corale della Marvel, facendo la figura dell’equilibrista sprovveduto che cadeva rovinosamente nel vuoto senza rete di protezione sforzandosi di fare piccoli passi in punta di piedi, lo Snyder Cut non teme e non sacrifica nulla, a cominciare dalle storie dei singoli personaggi e dalle sottotrame. 

Al contrario: li esalta, uno a uno. È un film nel quale si comprendono e si toccano con mano l’amore spudorato e l’empatia del suo autore per questi supereroi sprofondati nel caos plumbeo e nel vuoto di senso della contemporaneità. Possono non piacere le estenuazioni, le reiterazioni e le maglie larghissime, eppure è quanto di più vicino possa esistere all’utopia di congelare attraverso i fotogrammi l’epica delle tavole a suon di rallentamenti prossimi quasi ai tableaux vivants. Prendere o lasciare, chiaramente, ed è anche giusto che lo stile di Snyder divida, però per chi vuol prendere c’è molto di cui godere, anche sottobanco (canzoni in primis: Nick Cave and the Bad Seeds con Distant Sky e There Is a Kingdom, la cover di Song to the Siren di The Mortal Coil e un’altra cover della solita Hallelujah di Leonard Cohen, cara a Snyder, cantata da Allison Crowe).

La divisione in capitoli (sei più un epilogo) è perfettamente funzionale al gigantismo di fondo, e se possibile lo accresce anche. Ma ciò che stupisce è il modo in cui certe scene, anche le meno spettacolari, sono girate e pensate. Nel primo incontro di Bruce Wayne e Aquaman, ad esempio, compare intorno a loro un coro di donne che intona una struggente canzone locale nel momento in cui l’Atlantideo si immerge sott’acqua. Il lavoro sulle immagini, sugli sguardi e sulle sospensioni malinconiche e gelide di questa sequenza, è impossibile da rintracciare in un qualsiasi film di pari livello commerciale. Sembra quasi una scena arthouse, la costola di un oggetto audiovisivo d’autore e da festival, proveniente magari da un paese freddo e lontanissimo dell’Est Europa e finita in un cinecomic per caso. E invece no.

Tutto ciò a riprova di come Snyder imponga a tutta l’operazione il suo scarto peculiare, porgendo allo spettatore, in più di un’occasione, una forma di spiazzante imperturbabilità che Joss Whedon aveva tagliuzzato e asciugato. Lo Snyder Cut invece non teme né il vuoto né il caos, e guarda in faccia tanto l’adrenalina quanto le implicazioni più fantasmatiche e luttuose. Stringe l’immagine (in 4:3), ma allarga il cuore e l’anima di ciò che racconta. Emerge meglio Cyborg, totalmente sacrificato nel precedente film. Steppenwolf, sebbene tagliato con l’accetta come sempre, ha un senso, e anche una CGI assemblata molto meglio al suo servizio. Superman, morto all’inizio del film, è per larghi tratti un controcampo assente e invisibile, lo spettro di timori condannati a ritornare puntualmente in vita e a risorgere. La lettura metaforica con lui è come sempre cristologica, Snyder non s’inventa certo nulla, eppure un po’ come tutto il film il suo incedere nel racconto è solenne come quello di una marcia funebre (e questa è sì una novità).

Se il vecchio Justice League era un giocattolo palesemente rotto, con lo Snyder Cut si ha la sensazione di vedere l’incanto di chi avrebbe dovuto tirare i fili, a suo tempo, di quelle marionette inermi e spezzate in due. A prescindere che il film piaccia o non piaccia, è un regalo gradito, possibile probabilmente solo nell’era dell’ascesa dello streaming pre e post-pandemia. Perché nessuna major cinematografica tradizionale – non solo la Warner – potrà mai sobbarcarsi un film così spudorato e in gran parte deliberatamente autolesionista in rapporto al mercato (meglio rassegnarsi, specie di questi tempi).

Al regista di Watchmen e 300 e alla sua travagliata creatura, però, sembra non importare: lo Snyder Cut si offre ai nostri occhi come un inno al riscatto e alle potenzialità metamorfiche, salvifiche e terapeutiche del cinema (dedica finale alla figlia Autumn compresa), ma anche come spartiacque simbolico in vista di un futuro in cui probabilmente le immagini in movimento – e perfino i superhero movie – vivranno sempre più anche altrove. Il futuro ha messo radici nel presente, evidentemente.

Foto: Warner Bros.

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